a cura di Gabriele Cruciata

Percepire tra le dita le pagine ingiallite delle poesie di Chlebnikov in traduzione ripelliniana rimanda a luoghi lontani; poterle sfogliare, e sentirne l’odore vagamente ligneo, la copertina ruvida quasi come avesse le rughe, ti trasporta in luoghi mentali lontani. È un viaggio, quello che ho compiuto oggi, che mi rimanda ai primi anni del Novecento, in quel periodo in cui la massificazione sociale, pur lungi dal lasciare il campo al consumismo, poneva non solo l’intellettuale, ma addirittura il cittadino comune, davanti alla necessità di sapersi reinventare,  a fronte del crollo di certezze ed ideali che apparivano, illusoriamente, ben saldi.

“Ecco-mi vien da pensare-cosa sono state le Avanguardie russe e il futurismo per l’Europa: il tentativo di adottare un nuovo punto di vista su se stessi, che potesse cambiare e dare nuovo senso non solo all’individuo, ma alla società intera”.

Filippo Tommaso Marinetti altri non è se non l’emblema dell’uomo europeo che tenta di rinnovarsi, liberandosi, anche violentemente laddove necessario, del fardello di classicità che gli preme sul dorso fino a schiacciarlo. I progetti, quasi folli nella loro lungimiranza, di Antonio Sant’Elia, i versi di Palazzeschi, le opere di Boccioni e Carlo Carrà, sembrano dar vita ad oggetti, parole e linee nel disperato tentativo di rinnovare l’animo italiano ed europeo, di dargli nuovo slancio.

L’uomo moderno ha necessità di distruggere biblioteche, sviare “i corsi dei canali per inondare musei”, sopraffare con un motore assordante la Nike di Samotracia: non è solo un obbligo morale, ma una necessità vitale per chi non ha più armi per fronteggiare una società opprimente e totalizzante. Il valore intrinseco dei futuristi, e specie di Marinetti, è stato dunque quello di aver dato voce ad una necessità, di comprenderla prima e di saperla esprimere poi; non solo. Ancor prima del 1909, anno della pubblicazione del Manifesto Futurista, Marinetti aveva già avviato un’opera di diffusione dei propri ideali in tutto il continente, specie in Russia, con la quale si erano avviati prolifici scambi culturali. Ed è qui che nascono le Avanguardie russe, quei movimenti che, al pari del Futurismo, riguardano tutte le forme che dell’arte son proprie, e che alimentarono non solo il dialogo intellettuale russo, ma quello, più ampio, dell’intero panorama europeo.

Ed ecco che torniamo all’imponente ed epica semplicità di Chlebnikov. Perché è vero che in Russia vi erano gli astrattisti, che, sotto la guida di Kandiskij, andavano sperimentando territori d’analisi pittorica ancora inesplorati ed esplorabili solo all’indomani dell’avvento della fotografia. È anche vero che a sottolineare la supremazia della pittura astratta su quella figurativa vi erano Malevic e i suprematisti. Ed è vero anche che un importante ruolo nell’affermazione della Rivoluzione d’Ottobre e dei suoi ideali lo ebbe il Costruttivismo di Tatlin ed Ejzenštejn (“La corazzata Potemkin” e “Ottobre”), ad esempio, che, rifiutando il motto di wildeiana e dannunziana memoria dell’ “Art for Art’s sake”, declamava il ruolo sociale, filoproletario, che l’arte doveva rivestire. È tutto vero. Ma è vero anche che tutti questi movimenti, tutte queste Avanguardie russe, tutti questi futurismi russi rappresentarono, esaminati singolarmente e globalmente, solo un aspetto del dialogo che da decenni divideva l’ intellighenzia russa: si dibatteva se fosse preferibile accettare le novità provenienti dall’Occidente o se riscoprire, in un impeto che noi europei quasi definiremmo romantico, le origini e le tradizioni asiatiche e slave.

Ed è qui che risiede la grandezza del poeta Chlebnikov: nell’immensa ed innovativa capacità di creare un saldo, stabile ed armonioso sposalizio tra la modernità di un linguaggio che gioca sul fonema e si slega dalla vetusta semantica, ed una cura e ricerca delle origini asiatiche riscontrabile, sì, nella poesia, sì, negli studi della lingua russa, ma soprattutto nel suo stile di vita di peregrino, viandante scalzo armato solo di Bibbia, pane raffermo e un bastone. Un individuo completamente sganciato dalla realtà europea ed attento al passato, e che pure accoglie la modernità marinettiana, rielaborandola e dando vita al Cubofuturismo.

Volendo dare un giudizio su quel che il Futurismo, le Avanguardie russe e Chlebnikov sono stati per la cultura odierna, sento la necessità di citare Paolo Nori, un altro grande traduttore del poeta cubofuturista, che in “47 poesie facili e una difficile”, parlando di Chlebnikov, scrive: “Sklovskij diceva che era un campione, Jakobson diceva il più grande poeta del Novecento. Tynjanov diceva una direzione, Markov diceva il Lenin del futurismo russo, Ripellino diceva il poeta del futuro. E avevan ragione, secondo me, tutti; però avevano torto, anche, secondo me. E avevano torto perché, secondo me, Chlebnikov è molto di più”.

Volendo dare un giudizio su quel che il Futurismo e le Avanguardie russe sono stati per la cultura odierna, non posso non dire che sono stati la descrizione di un’epoca ancora in corso.