di Giovanni Peparello

Ritagliare un pezzo di muro, una parete sana o un intonaco, tratteggiando i bordi con un taglierino o con un paio di forbici dalla punta arrotondata. Rimuovere il tratto come si sfila un cerotto, una pellicina morta, delicatamente: attenti a preservarne l’integrità. Appiccicare il lenzuolo di mattoni, colla vinilica e chiodi.A Bologna, fino al 26 giugno, è possibile assistere ad un esperimento ben consolidato: il ruggito intonacato, la street art digerita. Adorabili topi di fogna si imbellettano, nella cipria di una cornice, per offrire mazzolini di fiori ai visitatori. L’effetto è lo stesso di uno zoo: da fuori i barriti, le urla delle scimmie, il ruggito del leone che fa tremare l’aria. All’interno, davanti alle belve, l’aspettativa si capovolge: ubriacate e stanche a dondolarsi sull’impiantito di cemento e trifoglio.

Al modico prezzo di 13 euro è possibile entrare e guardare – guardare e non toccare, per carità, è un museo – sequele di pareti sovrapposte a pareti: con cartellino di data e autore e luogo di provenienza. Manca, per ora, il prezzo e il venduto.Su una parete al piano terra, accanto al bar, si può osservare quel gran rettangolone di mattoni in cui una figura antropomorfa digita sopra una tastiera, collegata con un cavo al suo stesso buco del culo. Ma in un museo si dice sedere, ano, fessura. Qualche metro più sotto, con attenzione alle proporzioni, è tatuata un’altra porzione dello stesso muro, con lo stesso tratto. L’habitat trapiantato rievoca, nelle movenze e nel trucco, quella vecchia pubblicità dove mamme in carriera ballavano la haka. Quello che colpisce, anche senza dover sborsare i 13 euro o gli 8 dell’universitario, è l’idea stessa della mostra, concepita innanzitutto per difendersi dalle polemiche. Un tentativo di proteggere il botteghino e il bigliettaio, più che un Concetto artistico o un’Idea.

All’entrata un pannellone bianco bilingue ci insegna che la street art è nata alla fine degli anni cinquanta, pur con tutti i dubbi del caso. Più internamente, in un tentativo di invocare una tradizione in cui ci si può inserire, è segnata la cronologia delle mostre dei writers nel mondo. Colpisce l’inizio: anni ’70. Vent’anni dopo che la prima bomboletta ha inciso il primo muro. E colpisce, anche a uno sguardo superficiale, come dagli anni 2000 si sia verificato un florilegio di mostre e musei. Questa è arte, bambina, e in amore e in arte tutto è lecito.Un altro cartello, all’entrata del museo, segnala che “l’operazione di stacco [fioccano termini tecnici] dell’opera di Blu è stata filmata da Tizio Caio nel film ***”. Poco importa il fatto che lo stesso artista di strada Blu, appena venuto a conoscenza della grattugiata, del raspo, sia corso a dare una bella mano di bianco a tutte le sue opere superstiti. Non mi avrete mai vivo.

Poiché, legalmente, sono i proprietari degli stabili imbrattati a poter disporre dell’intonaco dei propri palazzi. Agli imbrattatori – prontamente elevati al rango di artisti da parte di una categoria che, da sempre, imbrattatori li ha definiti – non rimane nulla: solo la possibilità di abortire le proprie creazioni. È indubitabile che, in questo safari di caccia e sapienza, alcuni siano mossi da vero sforzo artistico: tanto più è tremenda la mancata comprensione dei loro stessi atti.

Sul sito stesso, nella descrizione del museo, è segnata in grassetto una domanda retorica a cui evidentemente gli organizzatori si incaricano di rispondere: Quali modalità e quali approcci sono da prediligere per salvaguardare questo fenomeno? Sfugge, a costoro, che una street art senza street perde immediatamente il proprio ruolo di art. Rimane, certo, il fenomeno: chiuso nel baraccone. Rimane solo un disegnino di bambino che colora il mondo con i gessetti, appeso al muro o al frigorifero della cucina. Si perde l’acido e la disperazione del gesto, si guadagna un leone al guinzaglio. È un errore incorniciare un’opera, ritenere assoluto il suo valore artistico quando, da un secolo (e dirlo fa quasi paura: un secolo) l’arte visiva si nutre del rapporto con l’ambiente, della propria funzione. Decontestualizzata dal proprio habitat rimane solo l’immaginetta, la marca da bollo, inutile foga filatelica e circense. Ecco che il sorcio londinese si trasforma in un topo d’appartamento, con il pelo lisciato e pulito, vaccinato, abile a sfilarti dalla saccoccia quella manciata di spicci che si accalcavano nel portafoglio.

La mostra durerà fino al 26 giugno, via Castiglione 8, Bologna. Al bookshop del museo sono disponibili delle magliettine molto graziose, apparentemente in cotone, con una grande X sul petto e due parole stentoree: SPACCO TUTTO. Potrebbe essere un regalo carino per i bambini. Ma vorremmo segnalarvi, sempre se passate all’ombra delle Due Torri, una specie di “contro museo” sorto in via Stalingrado 63, all’ex Zincaturificio, dove potrete ammirare e toccare superbi esemplari allo stato brado. Ingresso gratuito e disponibile fino al giudizio universale.