di Sarah Mosole

Son lontani i tempi in cui Piero Manzoni firmava le persone. Troppa grazia in un atto così sinceramente eversivo. Ora il diktat dell’eversore, dell’antagonista duro e puro, è firmare i muri, possibilmente quelli altrui. Individui svuotati di ogni educazione alla bellezza, mediamente con le braghe calate sino al culo, si aggirano per le nostre città replicando ossessivamente il loro nome in codice, in gergo “tag”, sui marmi e sui ponti, sulle chiese e sui palazzi, fin sulle mura dell’arsenale di Venezia. Una costante produzione di orrendi scarabocchi di fronte alla quale il caro vecchio “Marco ti amo, Laura ’77” ci commuove tanto quanto la Pietà di Michelangelo.
Una mostrificazione del quotidiano che si esprime nello sfregio ai monumenti e al nostro patrimonio artistico che viene accettata, da un lato con passiva remissione da quanti, poveracci, non hanno ancora capito che l’arte figurativa è roba da salme antiprogressiste; e dall’altro, incensata da quanti, per non saper cosa dire, ci spiegano dall’alto dei loro studi in Scienze delle comunicazioni, che trattasi di arte urbana. Di fatto una supina accettazione di ciò che si chiama comunemente degrado e che descrive un popolo, il nostro, proteso in un corale moto distruttivo.

I Tags, come vengono chiamate le firme dei graffitisti, appaiono figli di una contemporaneità malata tutta protesa a dissolvere l’individuo in un nome in codice, in un numero, in una sigla che si riproduce per affermare e legittimare la propria esistenza. Firmo ergo sum, una bomboletta in mano come argine al vuoto, un vuoto estetico, che è prima di tutto un vuoto etico. Perché, come spesso accade, di rivoluzionario ed eversivo in questi individui con le braghe calate e la bomboletta in mano non è rimasto nulla.
Oltre che passati di moda (ma i nostri lo capiranno più tardi), i writers nostrani si trovano altresì del tutto fuori contesto. Comprendiamo che vivono tutta la frustrazione di non essere nati nel south Bronx invece che in Calle del Tintor, ma imbrattare i monumenti delle città d’arte non li rende per questo meno provinciali. Qualcuno spieghi loro per favore che il centro storico di Venezia non è esattamente quella periferia urbana degradata dei quartieri della Grande Mela che il graffito denunciava. Imbrattare il monumenti è cosa diversa dallo scrivere sui muri metropolitani di aree urbane in degrado. Nel primo caso non c’è alcun vuoto da riempire ma una manifestazione artistica preesistente, ed anzi un monumentum (dal latino “ricordare”), sul quale si interviene con violenza, questa sì fascista, imponendo la propria suppostamente esistente “concezione artistica” alla quale si vorrebbe pure attribuire dignità di pensiero, quale visione del mondo “antagonista”. Ebbene, capiamoci.
Il graffitismo eredita la ribellione alla forma – intesa come canone espressivo – dalla Modern Art statunitense, e rappresenta la triste ed inevitabile parabola di una corrente, quella dell’Informale che nell’antiformalismo si riproponeva, ben foraggiata dai vari Rockfeller e CIA, di fornire agli americani una cultura artistica della quale come popolo “giovane” non disponevano, che fosse funzionale al loro modello di sviluppo.

Nell’astrattismo si sarebbe visto un contraltare al rigore formale del realismo sovietico di quegli anni e si sarebbe, soprattutto, voluto dimostrare al mondo “l’apertura” e la “larghezza di vedute” della civiltà americana, rispetto al formalismo dell’arte russa. Si promuoveva allora una forma d’ arte che doveva simboleggiare il mondo libero, la democrazia e la cultura americana.
In un articolo apparso sul quotidiano britannico The Indipendent nel 1995 (Modern art was CIA “weapon” – L’Arte Moderna è stata un’arma della CIA) veniva pubblicamente riconosciuto il contributo reso dalla CIA alla promozione dell’arte moderna, o meglio “astratta”. Proprio come un principe del Rinascimento la CIA ha favorito e promosso – in segreto e con ingenti quantità di quattrini – l’arte astratta americana e la pittura espressionista in tutto il mondo. Affermazioni queste puntualmente documentate in un libro ormai datato (Frances Stonor Saunders “The Cultural Cold War: The CIA and the World of Arts and Letters” 2000, The New Press).

Ci sono voluti anni di martellamento e propaganda perché l’opinione pubblica accettasse, o almeno non protestasse davanti a opere fatte di tubi al neon e di foto serigrafate, ma alla fine l’operazione è riuscita perfettamente. Molto rapidamente il nuovo gusto americano si è diffuso in tutto il mondo, veicolando  quella esaltazione della negazione della “forma” e dell’estetica tradizionale che è divenuta il marchio di fabbrica della cultura occidentale contemporanea.
In sostanza quella che è iniziata come operazione di manipolazione propagandistica nell’ambito della strategia della guerra fredda si è convertita in dogma estetico, quello della libera creatività di un mondo suppostamente libero e democratico. Ecco allora che in una sbornia di libertà democratica si è deciso che ciò che conta non è l’opera in sé quanto l’atto creativo di per sé, il vero artista oggi crea e ricrea anche al cesso perché in certi momenti gli fioccano le libere pensate. Già, non è più necessario un investimento propagandistico a sostenere questa estetica del nulla, essa si alimenta da sé, autoforaggiata dalla mediocrità dei suoi adepti e da quel’inno alla democrazia che per legittimare il mediocre non ha altra via se non quella di dichiarare guerra al sublime.
Ecco allora che i tags sulle mura dell’arsenale di Venezia assumono tutto il loro peso. Una dichiarazione di guerra all’ unicità dell’opera d’arte e all’unicità dell’esperienza storica, alla quale si vorrebbe sovrapporre la serialità di uno scarabocchio in nome di una libertà creativa che avulsa e scardinata dalle radici della Storia non è nulla. Una libertà che è il vuoto pneumatico. Il vero gesto rivoluzionario e creativo comprende il passato e lo supera, non tenta ignobilmente di cancellarlo senza aver compreso che la libertà passa proprio attraverso di esso. Il vero rivoluzionario oggi è allora colui che si oppone e resiste ad un’arte omologante, anti-identitaria, commerciale e che si riappropria della grande lezione della tradizione.

Al contrario è triste constatare che il lavaggio del cervello è giunto a tal punto, qui da noi, che la nuova estetica del nulla non ha provocato alcuna reazione se non quella di creare un pubblico alla merde d’artiste di manzoniana memoria. Ah no, un altro effetto l’ha sortito: siamo venuti a conoscenza del fatto che a Bologna la rossa, la città di Arte Fiera e della propulsiva spinta estetica verso il “nuovo”, tradizionalmente avanti nei fatti del mondo, in pieno Buzzi-style si è creata la cooperativa No-Tags.
D’altra parte, si sa, nel creare circuiti virtuosi, nella fattispecie occupazionali, sono sempre stati avanti i compagni: prima si promuove e si legittima lo scarabocchio, si celebra nelle gallerie la chiazzaccia di vernice e poi ci si fa la cooperativa per ripulire la città da quegli stessi impeti di libera e democratica creatività ai quali si inneggia. Eccoli i “capolavori” della contemporaneità.