Roma ha accolto fino al 30 dicembre la mostra C’era una volta l’Urss in via Flaminia, 133. Entrare nella sala dell’esposizione significa scoprire l’arte di un’epoca sepolta dagli eventi storici. Come si dipingeva oltre la cortina di ferro? C’era una pittura figurativa dimenticata dai canoni occidentali astratti, capace tuttora di emozionare e, contemporaneamente, far riflettere anche la generazione post 1991 che non ha mai conosciuto l’Urss. “C’era una volta”, un titolo fiabesco per una mostra che parla di un luogo che non esiste più. Il presente, però, bussa alla porta al termine dell’esposizione attraverso i quadri dell’artista contemporaneo Leonardo Crudi. “Servi o lavoratori?” recita in caratteri cirillici un quadro della sua omonima serie. Domanda più che lecita nel tempo del Jobs Act… 

Lascio la parola a Giovanni Argan, il curatore della mostra.

Perché una mostra sull’arte sovietica?

Principalmente perché è un’arte sostanzialmente sconosciuta in Occidente, in parte perché ha subito pregiudizi nel passato per motivi ideologici ed è sempre stata considerata come un’arte figurativa, stantia, immobile, priva di mutamenti stilistici e dunque priva di estro artistico. Il risultato è stata la bollatura come arte di regime a fine propagandistico priva di qualsiasi interesse. In realtà, questo modo di giudicarla è stato inficiato da forti pregiudizi ideologici e trova riscontro solo in alcuni tipi di rappresentazione, ma c’è un mondo molto interessante dietro che è sostanzialmente sconosciuto ai più. Il grande lavoro di riscoperta in Italia è stato fatto da Matteo Lafranconi che ha curato al Palazzo delle Esposizioni tutta una serie di mostre sulla pittura russa che ha aperto gli occhi nel nostro paese su questo mondo. Ha curato una mostra su Deineka, sui realismi socialisti e tutto parte da queste mostre che hanno aperto una finestra su un mondo che era considerato da lasciar stare.

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Dai quadri in mostra è possibile ritrovare qualche elemento nascosto sulla vita delle persone comuni nell’Unione Sovietica?

Dipende da che tipo di quadri prendiamo in considerazione, i pittori dipingevano opere per l’esposizione oppure dipingevano solo per loro. La differenza si nota: magari in un bozzetto si può vedere un interesse tutto personale che non ha fine propagandistico, però quando si tratta di fare un’opera finita, dunque bisogna esporla e presentarla alla censura e alla critica, le cose cambiano. In base al periodo storico, troviamo elementi propagandistici nascosti oppure diretti all’interno delle opere. Il momento in cui il messaggio era più forte è quello dell’epoca staliniana, senza ombra di dubbio. Dall’epoca di Kruschev che è stata definita l’epoca del disgelo, la censura esiste sempre, però è meno arcigna. Anche i pittori si concedono qualche interpretazione di quello che è la corrente di stato. È importante definire cos’è esattamente il “Realismo Socialista”. Infatti non si parla di una corrente come il Futurismo o il Cubismo caratterizzata dalla presenza di un gruppo di artisti che ha deciso di costituirsi per dipingere in un certo modo o la critica gli ha dato questo nome. Qua si parla proprio di una “corrente di stato” che nasce negli Anni Trenta su impulso di Zdanov, l’allora Ministro della Cultura. Dunque, bisogna mantenersi esattamente a questi precetti e da qui derivano tutti i pregiudizi della critica perché, mentre in Europa si parlava di libertà artistica come un elemento fondamentale per la creazione, in Russia questa libertà assoluta non c’era. Però questo discorso che si è portato avanti nel Novecento in Occidente si è sempre dimenticato di dire che nel Rinascimento non c’era la libertà assoluta di fare qualsiasi cosa. Se uno riceveva la commessa per una pala d’altare in un cappella, ecco, doveva realizzare una pala d’altare. La storia dell’arte non è sempre stata come nel Novecento.

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Iurij V. Gorbunov, Lavoratrici tessili nel reparto di finitura, 1970 circa, olio su tela, 73 x 130 cm

Il popolo come soggetto delle opere, dunque, non è solo propaganda, ma c’è un interesse dietro?

Sì. Le opere in cui sono raffigurati i lavoratori all’opera o in pausa sono degli Anni Settanta e hanno una particolarità poiché i pittori iniziano a manifestare un interesse per la vita interiore e i moti d’animo. Se in epoca staliniana abbiamo delle figure di lavoratori austere, distaccate, perfette che rappresentavano un ideale di perfezione a cui aspirare continuamente per raggiungerlo (quando parliamo di realismo socialista, ci riferiamo a una pittura didascalica che deve avere un preciso contenuto), in queste opere degli Anni Settanta troviamo un interesse anche interno per i moti dell’animo e i sentimenti. Sono figure più vicine e meno perfette.

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L. Crudi, C’era una volta l’Urss, collage, inchiostro e smalti, 35 x 48 cm, 2016

È molto interessante il manifesto di “C’era una volta l’Urss”, realizzato da Leonardo Crudi. Cosa significa quest’opera?

Leonardo Crudi è un giovane artista romano molto talentuoso che sta lavorando negli ultimi anni sulle avanguardie russe. Ha ripreso il linguaggio artistico del costruttivismo e del suprematismo e ha creato questa immagine appositamente per la mostra e segna quello che è il concetto centrale dell’iniziativa. E’ raffigurato un personaggio di profilo e ci sono due bande che lo attraversano su cui è rappresentato il monumento alla Terza Internazionale progettato da Tatlin. Questo monumento non fu mai realizzato perché Tatlin aveva progettato una torre immensa impossibile da costruire e costituisce una personificazione dell’utopia sovietica. Inoltre, il personaggio dell’opera di Crudi ha in una mano una falce e nell’altra un martello, non più intrecciati, ma divisi e segnano la dissoluzione dell’Urss. E’ una mostra che cerca di guardare a questo periodo storico in una maniera moderna, obiettiva e assolutamente scientifica e di ripercorrere le tappe fondamentali dell’arte sovietica.

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Questa mostra serve per aprire una breccia nell’egemonia culturale dell’arte contemporanea dominata da artisti americani o anglosassoni?

Beh, sì. Io, non ho paura di dirlo, trovo assurdo che si sia iniziato a pensare l’Arte all’inizio del Novecento non come il prodotto di una cultura,e quindi qualcosa che rappresenta la spirito del tempo di un certo popolo, ma come un darwinismo artistico, come un’evoluzione: arrivati a un certo punto, non si può più tornare indietro. C’è stato l’espressionismo astratto di Pollock? Il figurativo sostanzialmente perde qualsiasi utilità nell’ottica darwinista … Ecco, io trovo questa cosa assurda. Facendo un discorso come potrebbe farlo Baudrillard, l’arte quando supera tutte queste tappe arriva a parlare di se stessa: diventa tautologica, quindi inutile; invece, l’arte di questa mostra, per quanto sia di propaganda e con tutti i suoi limiti, è un’arte che ha rimesso al centro l’uomo, il lavoro e la collettività. Io penso che nel momento storico in cui viviamo sia importante sottolineare alcuni principi fondamentali.