Domandarsi a cosa serva e soprattutto cosa sia l’arte non è un esercizio retorico da parrucconi. Sarebbe cosa buona capire cosa facciano coloro che Manganelli definì imitatori dei matti, “capolavori inutili”, giacché è proprio il matto la figura archetipica degli scrittori e degli artisti. Ma saperlo serve a tutti noi ogni volta che apriamo un libro, entriamo in un museo, guardiamo un film o ascoltiamo della musica, se non altro per capire cosa abbiamo di fronte.

Proveremo qui a spolverare lo scaffale dell’arte per restituirne l’ordinata complessità a lettori che non sono tenuti a essere dotti della materia, giacché la materia stessa a dottoraggini varie non si presta molto. Partiamo dall’inizio, cioè dalla definizione. Ecco i primi due significati che la Treccani dà dell’arte:

1) in senso lato, capacità di agire e di produrre, basata su un particolare complesso di regole e di esperienze conoscitive e tecniche;

2) nell’ambito delle cosiddette teorie del bello o dell’estetica, si tende a dare al termine arte un significato privilegiato, vario secondo le diverse epoche e i diversi orientamenti critici, per indicare un particolare prodotto culturale.

Prima distinzione: l’arte come processo artigiano; l’arte come prodotto culturale. Cioè l’arte del fabbro, l’arte del parrucchiere, da un lato, e l’arte come apparato estetico, dunque poetico, letterario e figurativo, dall’altro. Già fronteggiamo un problema: il primo significato è chiaro ma il secondo un po’ meno. Se uno sa fare il fabbro lo si capisce subito, se uno sa fare lo scrittore, il pittore o l’attore mica tanto. Ma andiamo avanti.

Vladimir Nabokov

Nelle Lezioni sulla letteratura Vladimir Nabokov scrive che:

Agli artisti minori è lasciato l’abbellimento del luogo comune: essi non si prendono la briga di reinventare il mondo, ma si limitano a spremere il meglio che possono da un ordinamento di cose prestabilito […]. Ma il vero narratore, colui che fa ruotare i pianeti e plasma un essere dormiente e con zelo gli manomette una costola, non dispone di valori predeterminati: li deve creare da sé.

Altra distinzione, dunque: artisti minori e veri artisti. I primi rimestano nell’ordine prestabilito, i secondi creano da soli i propri valori. A non voler essere troppo sottili, si potrebbe dire che i primi di fatto sono artigiani, dunque assimilabili al primo significato che all’arte attribuisce la Treccani, i secondi invece appartengono alla classe del secondo significato. Se accettassimo questa distinzione, il nostro lavoro ne risulterebbe semplificato: aprendo un libro potremmo dire “questo è un bel pezzo di artigianato” e aprendone un altro “questa è un’opera d’arte”. E non sarebbe neppure troppo strano, visto che nessuno paragonerebbe le statuette in ferro battuto di un fabbro (un artigiano) alle sculture in metallo di Giacometti (un artista).

Tuttavia non si è ancora capito esattamente che attività svolga chi fa “ruotare i pianeti e plasma un essere dormiente”. Seguendo Nabokov, forse lo si comprende ab negatio, cioè capendo cosa non faccia. Il grande scrittore russo-americano aggiunge che:

Le varie combinazioni che tali autori minori riescono a produrre entro i suddetti limiti prestabiliti possono avere una certa attrattiva, vagamente effimera, perché ai lettori meno esigenti piace riconoscere le proprie idee presentate in bella veste.

Ecco svelato l’arcano: l’artista, quello vero, non è un adornatore del mondo e soprattutto non è un funzionario del luogo comune, del senso comune, della pubblica opinione. L’artista, quello vero, è un creatore di mondi suoi, un edificatore di realtà a partire dal caos del nostro mondo. Anche per questo è un po’ matto: non si accoda al flusso di discorso della massa, i gesti e le parole e i suoni hanno per lui altro senso che quello comunemente accettato. Come il matto, che vive in un mondo reinventato dalla sua mente deviata, e per questo unico e inimitabile.

L’arte di Giacometti

Chiaro che l’artista allora è un personaggio scomodo e l’arte tutta è scomoda: non brutta ma turbante, non depressiva ma dubitativa. Se un’opera conferma i luoghi comuni, consola la pubblica opinione e cementifica l’ordine prestabilito, anche se proponendo emendamenti o insinuando critiche e congetture, ecco, quella non è arte. L’artista è il malvivente che di notte si intrufola nel recinto della realtà come rappresentazione condivisa e col piede di porco dell’estetica scassina le porte delle convenzioni e dell’ovvio.

A tal proposito Giorgio Agamben scrisse che l’arte non è quella cosa che rende visibile l’invisibile, come molti ingenuamente hanno sostenuto: l’arte invece rende visibile il visibile. Che vuol dire? Semplicemente che tutto un pezzo di mondo è sotto i nostri occhi ma non lo vediamo, perché altro dalla rappresentazione condivisa che abbiamo assimilato. Allora l’artista ce lo sbatte sul muso e ci dice: tenete, questo è tutto quello che non siete mai riusciti a vedere, ma questo è il mondo, questo siamo noi. Se non introiettiamo questo concetto, quadri come quelli di Van Gogh ci sembreranno sempre i deliri pittorici di uno squinternato e non la lucida analisi visiva del dark side of the moon che ci è difficile vedere.

Ma l’artista non è sociologo né antropologo, non sarebbe tale se unicamente svolgesse il ruolo di smascheratore delle credenze e delle finzioni collettive. Giovanni Lindo Ferretti si è espresso con intelligenza ma peccando di incompletezza quando, recentemente, ha affermato che “l’arte o è politica o è liturgica, perché o si muove su un piano orizzontale o su un piano verticale”. Il che è vero, ma solo in parte: l’arte non ha direzioni, è la scheggia impazzita del genio umano che procede orbitando nei recessi dell’animo individuale e collettivo.

Quando Majakovskij scrive: “In quale notte / delirante, / malaticcia, / da quali Golia fui concepito – / così grande / e così inutile?” è chiaro che sta compiendo un attentato alle stelle. Non è politico né liturgico, se la prende con la vita, e questa facoltà è riservata solo e unicamente all’artista. Ecco allora che quel dark side of the moon già evocato non è solo sociale – l’arte non è solo quella cosa che scoperchia i pezzi di mondo inosservati intorno a noi – ma illumina anche l’oscurità che è dentro di noi: ci mostra gli angoli più bui della nostra coscienza e della nostra esistenza.

Majakovskij

L’artista viene a cambiarci le lenti degli occhiali che usiamo quotidianamente e all’improvviso scopriamo di riuscire a vedere cose che prima non vedevamo. Come quando Raskolnikov si chiede se è un insetto o se invece è Napoleone: tutti ci siamo posti – in termini diversi – la medesima domanda. Ed è una domanda che fa male, meglio evitarla, ma Dostoevskij no, non la evita, anzi ne fa il cruccio del protagonista di Delitto e castigo.

L’arte giunge allora a essere rappresentazione dell’irrappresentabile. Abbiamo citato prima Giacometti: osserviamo le sue sculture, ne scorgiamo l’essere umano scarnificato e spogliato di sé, ridotto letteralmente all’osso della sua vana e sottile esistenza materiale. Questo non è possibile se non nell’atto estetico dell’arte. Carmelo Bene, è cosa nota, era teorico e pratico del teatro osceno nel senso etimologico del termine, cioè di quanto è fuori dalla scena, quanto non si dà. Nell’incomprensibilità della vita, l’artista ha il gravissimo dovere di rappresentare quell’incomprensibilità.

In un divertente siparietto, durante una conferenza, disse – ci permettiamo di parafrasare le parole del maestro – che quando uno va al catasto a chiedere un certificato, l’impiegato che glielo compila lo sa a memoria ma non per questo lo declama, né viene applaudito quando lo consegna. Allora non si capisce, proseguì Bene, perché in teatro si applaudono attori che hanno, in un processo impiegatizio, declamato parti imparate a memoria scritte da sceneggiatori sotto la direzione di registi. È sceneggiata, non è teatro: non c’è nessun tentativo di rappresentare il fuori scena, bensì è la riproduzione, che sia in chiava tragica o drammatica o comica o grottesca, del mondo che già tutti conosciamo.

Carmelo Bene poi esasperava il discorso sostenendo che “tutta l’arte è arte borghese”, perché altro non è se non decorazione. Solo al teatro sarebbe data la possibilità di rendere l’irrappresentabilità: la parola scritta, in quanto tale, sarebbe mediata dalla coscienza dell’uomo che la scrive, nient’altro che linguaggio dunque, e per questo già inserita in una concatenazione di simboli e interpretazioni che la rendono fallibile nell’atto stesso di porsi: significanti privi di significati. Esagerava Bene – tant’è che egli stesso recitava poesie e amava molto scrittori di pregio – ma un dubbio lo instilla. Quando si rappresenta qualcosa, soprattutto se a parole, si riproducono forme linguistiche già preconfezionate. Dunque si castra la possibilità di rappresentare l’irrappresentabile. Tra parentesi, notiamo che si tralascia in questo articolo la musica perché, in quanto arte che non si serve della vista, ha caratteristiche così peculiari da allontanarci troppo dal ragionamento.

Per sciogliere questo dubbio sulla possibilità della rappresentazione, ci viene in soccorso un articolo del 1917 di Viktor Šklovskij, intitolato L’arte come procedimento, usato da Paolo Nori nel suo recente I russi sono matti per spiegare come mai gli scrittori russi siano così diversi dagli altri e feriscano di più chi li legge. Con l’ausilio di Šklovskij, capiamo che:

Il fine dell’arte è di darci una sensazione della cosa, sensazione che deve essere visione, e non solo riconoscimento. Per ottenere questo risultato l’arte si serve di due procedimenti: lo straniamento delle cose, e la complicazione della forma, con la quale si tende a rendere più difficile la percezione e a prolungare la durata.

Cioè, per semplificare, l’arte procede mostrando una cosa nota come se fosse la prima volta che la si vedesse, e rendendo quella cosa che tutti conoscono quasi irriconoscibile. In questo modo si toglie alle cose quell’imballaggio linguistico che ce le rende invisibili, pur nella loro perfetta visibilità (ricordiamoci del pensiero di Agamben). Se uno dice “morte”, tutti sanno cosa si intende, tutti pensano di conoscere la morte, ma l’artista mostra invece la morte di un uomo come se fosse la prima volta che qualcuno morisse, e lì non c’è solo riconoscimento della cosa, ma visione e sensazione di essa. La “morte” – e come essa qualsiasi altra cosa – viene tolta dall’imballaggio della parola che la definisce e mostrata per quel che è.

Dunque si potrebbe dire che l’artista, tra le altre cose, dà i nomi alle cose. Questo lo si capisce benissimo leggendo l’ultima pagina de La cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda. La scena si svolge di notte, in una stanza dove una signora ferita è a letto, il dottore l’ha medicata e i figli sono lì a guardarla non sapendo se si riprenderà.

Nella stanchezza senza soccorso in cui il povero volto si dovette raccogliere tumefatto, come in un estremo ricupero della sua dignità, parve a tutti di leggere la parola terribile della morte e la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io.

In questa vertigine poetica e altissimamente letteraria, Gadda non dice quel che tutti direbbero. Dà visione della cosa perché non la rende riconoscibile, la complica. Nello starsene a letto moribondo, il corpo non è sfasciato e senza forze, bensì “nella stanchezza senza soccorso”; la donna non cerca di darsi un contegno, bensì “un estremo ricupero della sua dignità”; i parenti non vedono una donna che non sanno se sopravvivrà, bensì leggono “la parola terribile della morte” e non osservano un essere umano ormai incosciente e non più padrone di sé, bensì “la sovrana coscienza dell’impossibilità di dire: Io”. Gadda ha tolto l’imballaggio alla morte, per continuare l’esempio già usato: ha proceduto per straniamento della cosa e complicazione della forma, così rendendola eterna e visibile. Se qualcuno volesse sapere cos’è quella sensazione che si prova nel guardare un moribondo nel suo letto non può fare a meno di leggere l’ultima pagina della Cognizione.

Gadda ha dato un nome alla morte. Si è fatto creatore di un mondo nuovo, tutto suo, in cui le cose non sono ovvie, non rispecchiano l’ordine prestabilito e si affrancano dal senso comune. Un mondo in cui finalmente si guarda a fondo nelle cose – come se mai le si fosse viste prima – e le si nomina slegandosi dai vincoli del linguaggio ordinario. Si è fatto artista, perché questa è l’arte.