di Giovanni Giacalone

Negli ultimi giorni diversi quotidiani online hanno parlato di una “trattativa segreta” tra il Comune di Milano e alcuni rappresentanti dell’Islam milanese, ovvero Caim (Coordinamento Associazioni Islamiche Milanesi) e il Centro Culturale Islamico di viale Jenner, per trasformare il vecchio Palasharp di Lampugnano in una Grande Moschea, la prima di Milano. Per quanto riguarda i fondi, dovrebbero arrivare in buona parte dai “paesi del Golfo”, i cosiddetti “petrodollari”. Opinioni mediatiche molto critiche e principalmente dovute a ragioni legate alla cosiddetta “sicurezza”; il Centro Culturale Islamico di viale Jenner risulta noto per essere finito al centro di indagini legate al terrorismo islamico e per avere ospitato imam radicali di stampo salafita e jihadista.

Nulla a che vedere invece col Caim, organizzazione nata da poco, con un direttivo giovane e che ingloba circa una ventina di associazioni islamiche milanesi, criticata per il fatto che il suo coordinatore da tempo capeggia frequenti manifestazioni a favore dei Fratelli Musulmani egiziani dell’ex governo Morsi. A questo punto può risultare utile fare alcune osservazioni discostandosi dal discorso sicurezza che, quando si tratta di Islam, viene tirato in ballo molto spesso, a volte senza alcuna reale motivazione e facendo passare in secondo piano aspetti più importanti di stampo socio-politico che possono aiutare a far comprendere meglio la panoramica generale. Che i musulmani milanesi abbiano diritto a un luogo adeguato dove poter andare a pregare è più che legittimo, ma ciò che bisognerebbe chiedersi è se gli attuali interlocutori del Comune siano idonei a un tale progetto.

La religione diventa fonte di numerosi problemi quando viene strumentalizzata per fini politici e purtroppo all’interno del contesto islamico religione e politica spesso si sovrappongono, ne sono un esempio i vari partiti politico-religiosi presenti un po’ in tutto il Medio Oriente e il Nord Africa, come ad esempio i Fratelli Musulmani che hanno sezioni in tutto il mondo e partiti come l’ex FJP in Egitto, Ennahda in Tunisia, Hamas in Palestina; in ambito sciita vi è poi Hizbollah, il “Partito di Dio” libanese; giusto per citarne alcuni.

Quando poi subentrano anche i petrodollari provenienti da paesi che finanziano e appoggiano determinate organizzazioni religiose allora i problemi si moltiplicano e Milano ultimamente è diventata un po’ troppo il centro di riunioni e manifestazioni legate a partiti politico-religiosi che con l’ambito musulmano italiano ed europeo hanno ben poco da spartire.

Per carità, il diritto di manifestare è sacrosanto, ma le situazioni vanno analizzate con molta cautela ed è lecito chiedersi se ha senso conferire un progetto di queste dimensioni a esponenti vicini a tali ideologie? Ideologie esterne e in contrasto con il contesto sociale, culturale e politico italiano? I Fratelli Musulmani egiziani, al di là dei numerosi e documentati episodi di violenza contro gli oppositori, hanno sistematicamente bersagliato giornalisti e personaggi dei media che osavano criticare l’operato del governo Mursi.

Un recente rapporto della Arabic Network for Human Rights Information ha denunciato il triste record da parte di Mursi per quanto riguarda le denunce nei confronti di giornalisti e personaggi legati ai media i quali, secondo l’ex presidente, lo avrebbero insultato; infatti, secondo l’ ANHRI il numero di denunce in un solo anno sarebbero stato di quattro volte maggiore rispetto all’era Mubarak e 24 volte maggiore rispetto a quella di Sadat.

Nel marzo 2013 i Fratelli Musulmani egiziani hanno rigettato la Dichiarazione per i diritti delle donne, presentata alla 57° sezione della Commissione sulla condizione femminile, funzionale al Consiglio Economico e Sociale (ECOSOC) delle Nazioni Unite. In seguito alla rivolta del popolo egiziano che ha portato alla caduta di una “quasi teocrazia” incapace di apportare benefici, anche minimi, alla precaria situazione economica del paese e molto più interessata alla “sharia”, sono giunte minacce da parte di diversi membri della Fratellanza. Mohammad Beltagy, ex segretario generale del partito di Mursi, appare in un filmato subito dopo la deposizione del governo dei Fratelli Musulmani, dichiarando che gli attentati terroristi nel Sinai sarebbero cessati soltanto nel momento in cui Mursi sarebbe tornato al potere. Una frase inquietante che la dice lunga sul “modus operandi” della Fratellanza in Egitto. 1

Che si prefigge come obiettivo la rappresentanza dei musulmani milanesi non dovrebbe prendere posizione a favore di determinati partiti o schieramenti politico-religiosi, visto e considerato che non tutti i musulmani la pensano allo stesso modo politicamente parlando. Molti imam di moschee sono stati contestati perché hanno parlato di politica durante i sermoni del venerdì, generando divisioni all’interno della comunità islamica, ovvero “fitna”, cosa molto grave per l’Islam. Politicanti che si improvvisano religiosi e religiosi che si improvvisano politicanti e tutto ciò non di certo in nome dello “spirito”; il risultato è disastroso.

In  certi casi alcuni sono persino giunti a definire “non-musulmani” tutti coloro che si schierano contro Mursi; affermazione pericolosissima nota anche come “takfir”, ovvero anatema nei confronti di chi cambia religione. Se in una cultura laica come quella europea potrebbe suonare irrilevante se non risibile, in un contesto come quello islamico acquista un’importanza tale da poter mettere persino a repentaglio la vita di chi ne viene accusato, tant’è che molte note autorità religiose islamiche sono estremamente caute nell’utilizzarlo e di certo non per fini politici. “Musulmani” e “Fratelli Musulmani” non sono sinonimi, è bene tenerlo a mente.

In secondo luogo i principi stessi portati avanti da certe organizzazioni islamiste nei paesi d’origine non possono che risultare incompatibili con i diritti universali dell’uomo e con la laicità che caratterizza l’Europa, principi su cui non si può scendere a compromessi. In poche parole il musulmano italiano ha bisogno di emanciparsi da quell’ideologia retrograda che non vuol scindere la religione dalla politica. Le moschee, oltre che luoghi di culto, sono anche dei grossi centri di potere; la religione è da sempre un grosso mezzo di controllo sociale, politico ed economico in quelle società dove il sentimento religioso è molto radicato. Per quanto riguarda i finanziamenti, il Qatar, noto sponsor dei Fratelli Musulmani, è da tempo interessato a determinati progetti su Milano. La Qatar Holding recentemente ha ufficializzato l’acquisto del 40% di Porta Nuova, il piano di sviluppo immobiliare di oltre due miliardi di euro attualmente in costruzione in pieno centro città, su 290 mila metri quadrati in zona Garibaldi-Repubblica. Chissà che i qatarioti non siano interessati anche al Palasharp. Indubbiamente demolire la struttura ha i suoi costi, ma svendere pezzi di Milano ai petrodollari e a ideologie di un certo tipo potrebbe non essere la soluzione migliore, in primis per gli stessi musulmani milanesi.