di Alex Angelo D’Addio

I dibattimenti e le discussioni in Parlamento incalzano prepotentemente: l’ordine del giorno annovera il famigerato Italicum come impellente volontà di disquisizione ma soprattutto interlocuzione tra le due frange di maggioranza nel consunto bicamerale, con l’opposizione grillina lì guardinga – salvo ennesima tagliola made in Boldrini! – in attesa che le controparti diano sfoggio alla loro totale inefficacia e cogenza politica ed istituzionale, dato che i principi cardine di questa ventura legge elettorale non distino molto dall’orami abrogato Porcellum. Perché se è vero che la folata di virgulti carrieristi imbastita da Matteo Renzi si sostanzi nelle rassicuranti (sic) capacità e nelle ineccepibili (sic) competenze tra le altre delle varie Madia e Boschi – nonostante si aspettino ancora spiegazioni per il continuo credito ad Alfano e Franceschini, quest’ultimo addirittura dislocato al dicastero proprio da lui apostrofato come il “più economico che esista” -, è altrettanto patente che le principali condizioni di una costituzionalmente accettabile legge elettorale, che si sarebbero dovute puntellare, siano rimaste indenni, tant’è che il salvacondotto per i partiti percentualmente minoritari, le cui preferenze sono indispensabili per le coalizioni (si pensi soltanto a Lega e Sel), sia stato enfatizzato, che lo sbarramento abbia subito flebilissime variazioni e che il tema della celeberrime preferenze non sia stato affrontato.

Di certo c’è che non ci si debba stupire più di tanto, considerando che il personaggio Renzi riverberi le sue trasbordanti ambizioni nell’ancora poco definita agenda di governo, a partire dalle circostanze embrionali che hanno concretizzato le prospettive dell’ex sindaco di Firenze: l’8 dicembre scorso è stata la data spartiacque per fare in modo che Renzi non avesse soltanto la garanzia di dirigere la segreteria del PD ma che avesse impiantato le basi per poter assurgere al timone di un esecutivo che si sarebbe formato entro il bimestre successivo. L’evoluzione è stata ancor più teatrale, tra le tavolate da prima repubblica nei meandri del Nazareno e le variegate consultazioni; la critica è però sulle intenzioni d’intervento e nel merito della legittimazione: in primis, non è costruttivo che il sommario d’azione di Palazzo Chigi venga redatto su materie di rettifica costituzionale e non d’iniziativa politica, ma è altrettanto ambiguo che si componga per la terza volta consecutiva in assenza di uno straccio di consenso e di riscontro con elettorato, stante che la Corte Costituzionale abbia comunque avanzato l’ipotesi di seggi anticipati con la deroga di un proporzionale in stile Mattarellum.

È poi lancinante che i governanti agiscano da “perfetti e inutili buffoni” con un “Paese devastato dal dolore”, parafrasando il Maestro Battiato, e che non ammettano l’incapacità cronica e poliedrica di brigarsi per dare risposte agli italiani su scottanti tematiche interne – 6 milioni di famiglie sotto la soglia di povertà; disoccupazione giovanile al 40%; incalzante scoramento sociale e sfiducia nella tanto conclamata e latitante rappresentatività; ripresa economica lontanamente all’orizzonte e terremoti finanziari da contorno – ed estere – il caso Marò primeggia spadroneggiando. Non sarà mica che Mark Twain, eminente scrittore statunitense del XIX secolo, più di cento anni fa abbia azzeccato la previsione? “Se votare servisse a qualcosa, non ce lo farebbero fare”.