La legge elettorale come prima donna. E’ questa la fotografia, o immagine plastica dell’agenda politica attuale. Si ragiona, ci si incontra, si discute e si concludono accordi verbali. Pd e FI insieme, Renzi e Berlusconi. Nessuno scandalo. Sono stati al governo assieme per un biennio e hanno rieletto assieme il Presidente della Repubblica. In democrazia, e dunque nel regime dei numeri, è logico oltreché conseguenziale che i due maggiori partiti dialoghino per mettere in campo un corpus di riforme che potranno più o meno piacere. Renzi ha messo sul tavolo un poker di ricette democratiche.

L’amo vincente al momento è stata la riforma elettorale. Berlusconi nella tana del lupo ha concordato i parametri di base. Liste bloccate e aumento della soglia di sbarramento con premio di maggioranza alla coalizione che supera il 35% dei voti. Un palliativo o ansiolitico temporaneo e spiccio. Ripulire il parlamento dai partitini e convergere verso un bipartitismo forzato nei numeri. L’idea cavalca i tempi e in effetti nessun partitino potrebbe ambire a guidare un governo di coalizione. Nell’anniversario della morte di Craxi sono lontani i tempi in cui un partito dell’8% esprimeva il Presidente del Consiglio.

In un mondo di nani poi, sarebbe blasfemo anche solo pensarlo. Ecco dunque che l’elettore sa bene che ormai il dna italiano è stato modificato dai continui logoramenti e dai capitomboli dell’ultimo ventennio. Sarà lui a semplificare il quadro della situazione, cosciente del fatto che l’unica vera riforma elettorale capace di garantire stabilità e reale riconoscimento democratico è una riforma di rango costituzione: bisogna istituire una Repubblica Presidenziale. Fatta la riforma fatta la legge. Basterebbe aggiungere un doppio turno di coalizione e collegi plurinominali per chiudere i conti. Ma una fetta del parlamento non vuole, e in testa a tutti l’inquilino del Quirinale; quel Napolitano che di fatto ha creato e intende salvaguardare una monarchia parlamentare di stampo subcoloniale.