Obama ammette di aver sbagliato politiche sull’immigrazione. Lo fa cambiando, forse in ritardo, la sua linea. Il flusso di migranti, molti dei quali minorenni, ha raggiunto nei primi mesi del 2014 dimensioni difficilmente governabili, diventando un problema serio e rasentando la crisi politica, se non umanitaria.

Nuove misure di emergenza sono state annunciate: rafforzamento dei controlli ai confini (in Texas in particolare) attraversati da migliaia di donne e minori messicani sprovvisti di documento di riconoscimento; dislocamento e riorganizzazione dei giudici, col fine di velocizzare le procedure burocratiche per le richieste d’asilo e per i respingimenti; rimpatrio immediato degli immigrati illegali adulti; utilizzo di braccialetti elettronici per caviglia, in modo da monitorare coloro che sono accolti nei centri appositi e che attendono udienza sulle loro richieste.

I repubblicani attaccano il Presidente, puntando il dito sul Deferred Action for Childhood Arrivals [http://www.immigrationpolicy.org/special-reports/two-years-and-counting-assessing-growing-power-daca], il programma voluto dai democratici nel 2012. Il DACA permette un trattamento privilegiato per gli irregolari minori di 15 anni, impedendo il rimpatrio forzato, a condizione che questi abbiano frequentato le scuole o abbiano servito nelle Forze Armate, e solo se entrati nel Paese entro il 15 luglio 2007. Amministrato da US Citizenship and Immigration Services [http://www.uscis.gov/humanitarian/consideration-deferred-action-childhood-arrivals-daca], il DACA ha visto, dal luglio 2012 a oggi, circa 675.000 applicazioni. Data la scadenza biennale per l’invio della domanda, a breve ci sarà la prima fase delle richieste di rinnovo per coloro i quali abbiano già beneficiato dell programma.

Se da una parte il DACA è concepito nello spirito del sogno americano, permettendo a molti giovani stranieri di studiare, cercare un’occupazione, accedere ai servizi essenziali, dall’altra crea l’illusione che gli Stati Uniti siano il Bengodi boccaccesco, spingendo i messicani al tentativo di fare passare il confine ai propri figli. Nonostante l’amministrazione Obama abbia cercato di rattoppare il sistema per mezzo di una normativa funzionale al ricongiungimento dei figli con i genitori (se i primi hanno valicato i confini prima del 2011 e se questi ultimi sono entrati negli States regolarmente), i numeri parlano chiaro.

Dai 13 mila minori irregolari, non accompagnati, che hanno valicato il confine nel 2011, si è passati a 25 mila nel biennio 2012-2013, quasi 50 mila dallo scorso ottobre; le cifre previste per la fine del 2014 si aggirano tra i 60 mila e i 90 mila minori. Per fronteggiare la situazione il Presidente ha chiesto 140 milioni in più  di quanti previsti nel piano annuale presentato al Congresso.

Un sondaggio Gallup, rilanciato nei giorni scorsi dalle agenzie, documenta un 65% (10 punti percentuali in più rispetto ad agosto 2013) di cittadini statunitensi insoddisfatti dell’operato dell’amministrazione in tema di immigrazione. Di fronte alla perdita di consensi, la svolta del Presidente è obbligata. Nel Novecento l’immigrazione ha fatto la fortuna degli Stati Uniti, ma difficilmente è possibile conciliare un potenziamento dello stato sociale con una politica immigrazionista, come invece vorrebbero i democratici. Su questo campo si gioca un’altra partita per quel “realismo magico” di Obama, stretto tra la vocazione messianica dell’eccezionalismo americano e la difficoltà nel perseguire una politica rispondente all’accoglienza e alla logica dei diritti umani.