«Misure restrittive relative ad azioni che compromettono o minacciano l’integrità territoriale, la sovranità e l’indipendenza dell’Ucraina». Così si legge nel Regolamento Ue n.269 del 2014, nel quadro delle sanzioni occidentali contro la Russia che (nonostante alcune limitazioni) segnano l’ennesimo autogol dell’Europa sullo scenario internazionale. Di pari passo con i continui freni posti a progetti come quello del noto gasdotto South Stream, che nelle intenzioni avrebbe bypassato l’inaffidabile Ucraina con il vitale contributo dell’Eni. Un’Europa sempre più intrappolata nella sua retorica e nei suoi falsi moralismi, incapace di proiettare potenza, difendere i suoi interessi e sganciarsi dall’alleato di sempre, quegli Stati Uniti che continuano dissennatamente ad agire come poliziotti del mondo.

In Italia, è balzata agli onori delle cronache la recente azione del nucleo speciale di polizia valutaria della Guardia di Finanza, che ha puntato gli occhi su Arkadi Rotenberg, al quinto posto nella «black list» degli imprenditori ritenuti vicini a Putin: dopo aver censito le sue risorse economiche in Italia ne ha disposto il congelamento, con effetto retroattivo al 30 luglio 2014. Beni stimati in circa 30 milioni di euro. I rapporti si sono inaspriti, e le contro sanzioni non si sono fatte attendere. Il problema è divenuto profondo: lo stop deciso verso l’import di decine di prodotti agroalimentari italiani per un anno colpisce un settore che nel 2013 ha fruttato 217, 8 milioni di euro. Fortuna che pasta e vino siano al momento esclusi dal bando. Come riporta l’accurato studio di Cecilia Tosi su Left, la Federazione Russa è un mercato privilegiato per 500 aziende italiane che vi operano e 70 unità produttive in loco. Secondo l’Agenzia di stampa russa Ria Novosti, il fatturato dell’interscambio tra i due paesi nel 2012 è girato attorno ai 35 miliardi di euro. Grazie ai suoi prodotti di lusso (moda in primis), alla meccanica, all’arredamento e all’alimentare l’Italia è la seconda esportatrice d’Europa verso la Russia. Dopo quella Germania ben consapevole, nei settori più accorti della sua classe dirigente, della centralità dell’asse Berlino – Mosca. Un patrimonio, commerciale ma non solo, messo ora a repentaglio dalle “inique sanzioni”.

Oltre a queste, si parla insistentemente di nuove basi Nato nei paesi dell’Europa orientale. E così Putin continua a raffreddarsi verso l’Europa e avvicinarsi a Cina e Israele. Il mega contratto per la fornitura di gas firmato con Pechino pochi mesi fa ha segnato un passaggio quasi epocale, tra due nazioni che non si erano mai molto amate. Il sogno dell’amministrazione cinese pare corrispondere alla creazione di una “nuova via della seta” fatta di infrastrutture energetiche, ferroviare e stradali che abbia Berlino – Mosca – Pechino quali direttrici fondamentali, abbracciando Eurasia e Medio Oriente. Gli accordi in questione rafforzano il ruolo delle due potenze in prospettiva futura. Non cancellando allo stesso tempo le paure russe per l’aggressività, demografica in primis, del Dragone orientale. La penetrazione cinese in Siberia assume contorni preoccupanti, aggravati da alcune difficoltà di natura economica e sociale per Mosca. Con Israele, invece, l’avvicinamento ha radici più lontane. Consideriamo ad esempio che il russo è la terza lingua parlata in quel paese, e le migliaia di israeliani che lavorano nella Federazione, in particolare nella grande comunità ebraica di Mosca. Approfittando proprio delle sanzioni, Tel Aviv ha intensificato i contatti commerciali con l’Orso russo, approfondendo inoltre la collaborazione sul piano tecnologico e militare. Circostanza che gli Usa avevano sempre cercato di evitare. Infine, le due potenze hanno ottenuto la reciproca “desistenza” sui rispettivi casi scottanti dello scenario internazionale (Ucraina e Gaza). E l’Europa sanziona e resta a guardare impotente.