A cura di Andrea Cascioli

Per otto interminabili giorni, nel novembre scorso, l’aviazione israeliana ha steso sulla Striscia di Gaza una coltre di fuoco devastante, gravando con oltre centosessanta morti e più di mille feriti l’agonia di uno dei territori più poveri e sovraffollati del pianeta, da quasi sei anni asfissiato dal peggior embargo della storia. Nel buio delle notti di Gaza una sola voce italiana è rimasta a testimoniare l’inferno dei vivi: quella di Rosa Schiano, giovane reporter napoletana e attivista dell’International Action for Palestine. In quegli otto giorni Rosa ha puntato una flebile luce, attraverso il suo blog e i suoi account Facebook, Twitter e Youtube, sulle verità di un conflitto nascosto perfino quando è sotto i riflettori: un flusso ininterrotto di fatti e fotografie, racconti in presa diretta o scarni aggiornamenti sui bombardamenti in corso e sull’elenco delle vittime, la contabilità dell’orrore. Un’opera di apostolato giornalistico che riscatta la dignità di un’intera professione, di una classe di inviati spesso più avvezzi a frequentare le terrazze degli hotel di Tel Aviv che le macerie insanguinate di Beit Hanoun o Jabalia.

 Da quanto tempo è a Gaza, e come ha avuto l’opportunità di intraprendere questa esperienza?

Mi sono laureata in Lingue e ho fatto volontariato nelle associazioni per i diritti umani, poi una volta terminati gli studi ho deciso di partire. A Gaza sono arrivata per un breve periodo nel maggio 2011 grazie all’International Solidarity Movement, il movimento di cui faceva parte Vittorio Arrigoni. Sono tornata nel novembre dello stesso 2011 e vi sono rimasta fino a gennaio di quest’anno: ripartirò ad inizio aprile. Oggi l’Ism non è più attivo a Gaza e io faccio parte dell’International Action for Palestine, un nuovo gruppo di attivisti che svolge le medesime attività: interposizione tra civili palestinesi ed esercito israeliano e reportage durante gli attacchi militari.

Quando è scattata l’operazione “Colonna di nuvola” c’erano altri italiani sul posto?

C’erano alcuni operatori delle Ong, ripartiti pochi giorni dopo l’inizio dell’offensiva militare. A parte me era rimasto solo un fotografo italiano.

Alcune delle sue fotografie hanno avuto grande impatto, in particolare quella dei quattro fratellini della famiglia Al Dalu stesi sul tavolo dell’obitorio. Crede ci sia qualche criterio da seguire nello scegliere cosa pubblicare, in casi del genere?

Io ho scelto di riportare fedelmente ciò che avveniva, con qualche prudenza sui social network dove non postavo le foto più cruente. La foto dei quattro bambini morti l’avevo pubblicata in bianco e nero per non rendere l’impatto del sangue, ciononostante Facebook ha sospeso il mio account per un giorno.

Allora non mi rendevo conto di cosa stesse arrivando in Italia: mi era però giunta voce che i principali media accreditassero la versione falsa secondo cui l’aviazione israeliana stava colpendo soltanto obiettivi militari. In realtà la maggior parte degli edifici colpiti erano civili e non governativi o di Hamas.

Dopo la guerra e il riconoscimento della Palestina come “Stato osservatore” dell’Onu le fazioni palestinesi hanno mostrato importanti segni di distensione: quanto è vicina la riconciliazione?

Il riconoscimento all’Onu è stato accolto con grande felicità e speranza nella Striscia, pur rimanendo un risultato simbolico. In seguito Hamas ha permesso a Fatah di celebrare il proprio anniversario in una delle piazze principali di Gaza City. E’ stato un successo, e anche nei giorni successivi si sono viste molte sciarpe e bandiere di Fatah nelle strade cittadine. Ma la vera riconciliazione richiederà tempi più lunghi.

Intanto la questione siriana investe tutta l’area mediorientale: da una parte il governo di Assad che ha sostenuto la resistenza palestinese e Hezbollah; dall’altra l’opposizione, egemonizzata da sunniti militanti affini ad Hamas e ai Fratelli Musulmani. Come si vive questo paradosso in Palestina?

Tra i partiti prevale la volontà di non coinvolgimento nelle vicende siriane. Il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina, ad esempio, ha condannato le violenze contro i civili da entrambe le parti. E la gente è più preoccupata delle tensioni interne con Israele.

In Egitto i Fratelli Musulmani avevano annunciato la volontà di riaprire stabilmente il valico di Rafah e i confini con Gaza, ponendo fine all’embargo. Hanno mantenuto la promessa?

L’elezione di Morsi era stata accolta con manifestazioni di giubilo a Gaza. Oggi domina la delusione, perché non è cambiato quasi nulla: l’unica novità positiva è un piccolo alleggerimento nelle restrizioni verso chi vuole uscire dalla Striscia, compresi gli uomini tra i 18 e i 45 anni che sono i più colpiti dalle limitazioni. A parte questo rimane tutto come prima, tanto che di recente gli egiziani hanno allagato alcuni dei tunnel sul confine attraverso i quali passano molti beni di prima necessità.

A gennaio l’elenco impressionante delle violazioni della tregua da parte israeliana aveva già portato a 4 civili morti e 82 feriti tra i palestinesi. Su questo giornali e televisioni in Occidente tacciono. A suo giudizio pesa di più la censura degli editori, l’autocensura dei giornalisti o la semplice pigrizia dell’informazione?

Credo sia il frutto di una decisione precisa: la volontà di non comunicare ciò che sta avvenendo dopo la tregua. Secondo gli accordi l’esercito israeliano avrebbe dovuto smettere di sparare dalle postazioni sul confine, e non è stato così: sono stati colpiti civili disarmati, semplici contadini. Ai pescatori era stato riconosciuto il diritto di raggiungere le sei miglia nautiche dalla costa, invece la marina di Tel Aviv ha continuato ad attaccare le barche all’interno di questo perimetro. In compenso il governo israeliano, dopo i lanci di razzi nei giorni della visita di Obama, ha deciso unilateralmente di reimporre il limite di tre miglia nautiche per la pesca e di ristabilire la “buffer zone” di trecento metri sul confine. Una vera beffa, eppure la stampa dà risalto solo ai lanci di razzi verso Israele e non alle uccisioni di civili palestinesi.

Il modello del giornalismo di guerra, d’altronde, è in crisi da decenni: le grandi firme dei giornali disertano i teatri di guerra, occupati invece da giornalisti-attivisti come Lei o come Vittorio Arrigoni. C’è speranza che nell’informazione mainstream il reportage di guerra riprenda a vivere?

Lo spero. Un vero giornalista non si può piegare agli scopi del datore di lavoro o di chi esercita pressioni. Per svolgere questo lavoro servono passione ed onestà.

Tra pochi giorni ricorre il secondo anniversario della morte di Vittorio Arrigoni. Il processo agli autori dell’omicidio ha fatto giustizia fino in fondo?

Ho seguito quasi tutte le udienze del processo. La condanna degli imputati all’ergastolo è stata una liberazione, anche perché il processo è durato tantissimo. Purtroppo in appello le pene sono state ridotte, e questo ha dato un grande dolore a chi era vicino a Vittorio: pensiamo che la verità non sia venuta fuori, anche perché la morte dell’organizzatore del rapimento, Abdel Rahman Breizat, l’ha reso impossibile.

C’è stata forse una volontà politica di insabbiare il caso?

Pensiamo di sì.

Di cosa dovrebbe dotarsi chi pensasse di intraprendere un percorso simile al suo?

Serve una grande forza mentale, la capacità di mantenersi lucidi nei momenti più difficili. Questo vale soprattutto per gli attivisti di Gaza, che vivono situazioni al limite della follia: bisogna restare calmi, e allo stesso tempo riprendere tutto ciò che accade con video e fotografie per tenere aperta una comunicazione quotidiana su quel che avviene in quei territori.