In contrapposizione a coloro che gestiscono la cosa pubblica attraverso i giochi di palazzo e che si passano il testimone del comando senza interpellare gli elettori, i nuovi soggetti “popolari” emersi sulla scena politica invocano un nuovo coinvolgimento del popolo sovrano attraverso gli strumenti che la Costituzione mette a disposizione per l’esercizio della così detta democrazia diretta. La democrazia diretta, descritta e auspicata da Rousseau nella sua opera “Il Contratto sociale”, è espressione della volontà della maggioranza capace, secondo l’autore, di discernere in ogni situazione la giusta soluzione per il bene dello Stato, in contrapposizione all’azione non disinteressata delle oligarchie di potere. La sovranità non può essere rappresentata, così come non può essere rappresentata la volontà. Rousseau afferma che il popolo sovrano non ha bisogno di rappresentanti, come non ne ha avuto bisogno la democrazia ateniese.

Queste tesi sono state riprese anche da Giuseppe Rensi, filosofo socialista che, staccatosi prima dalle teorie marxiste, poi dalle teorie elitiste di Gaetano Mosca, affermava l’efficacia della democrazia diretta nel rappresentare la volontà popolare e il suo importante ruolo nell’emancipazione della classe operaia. Nella democrazia diretta, infatti, i cittadini sono al tempo stesso legislatori e amministratori della res publica. Nel palcoscenico politico del XXI secolo, l’idea di un mitico ritorno alla democrazia diretta come strumento di indirizzo politico nei confronti dei partiti si è ritagliato un certo spazio in diversi contesti sociali e politici. La nostra Costituzione prevede l’esercizio della democrazia diretta mediante lo strumento del referendum. I cittadini sono chiamati a votare per decidere direttamente l’abrogazione o meno di un legge o di un provvedimento. Ma questo strumento presenta due limiti non trascurabili. Il primo è rappresentato dal fatto che in un referendum una parte dei votanti vince tutto, un’altra parte perde tutto. Non c’è spazio cioè per alcun tipo di compromesso tra vinti e vincitori. Il secondo limite è dato dal fatto che la domanda del referendum è posta dall’altro verso il basso. Sono i partiti che stabiliscono come presentare il quesito. Sono i rappresentanti del popolo a proporre la domanda ai cittadini che, a quel punto, potranno prendere una decisione. Proprio i pariti hanno rappresentato, e secondo molti ancora oggi rappresentano, il più grande ostacolo alla democrazia diretta.

Già Simone Weil, filosofa e attivista politica durante la seconda guerra mondiale, si era scagliata contro l’istituzione del partito politico, soggetto all’apice del regime partitocratico, colpevole di essersi sovrapposto e opposto al popolo, senza rappresentarlo. Oggi le nuove proposte per una democrazia diretta sono incentrate sullo sfruttamento della tecnologia ed in particolar modo del Web. Proprio il Web da una parte perfeziona i meccanismi della democrazia rappresentativa, consentendo ad esempio ad 1 cittadino su 4 in Estonia di votare su Internet. Dall’altra, il baricentro di quella che si può definire una “democrazia digitale” è la democrazia diretta: le consensus conference, i town meetings del New England e le assemblee pubbliche che governano l’85% delle municipalità svizzere sono alcuni esempi. In Italia, eclatante è l’esperimento del Movimento 5Stelle di Beppe Grillo, che lascia spesso decidere al pubblico del Web le posizioni che il partito dovrebbe assumere e che al quale lo stesso movimento presenta gran parte delle proposte, prima di pubblicarle all’interno di un programma scritto. Ma fino a che punto si può parlare di democrazia diretta? Si tratta di fuochi isolati sparsi per l’Europa o di una tendenza destinata a conquistare credibilità? E sopratutto, il Web rappresenta un territorio stabile e sicuro per la nascita di una nuova forma di intervento diretto del popolo? Come afferma Michele Ainis nel suo saggio “Sette profili di diritto pubblico”, si tratta comunque di una nuova forma di democrazia, che egli definisce “democrazia partecipativa”.