Il 23 giugno 2009, nella sala di rappresentanza di Parigi, sua altezza Hamad bin Khalifa, l’imponente emiro del Qatar, viene accolto con il tappeto rosso. Fuori la polizia è sull’attenti. In cielo volano elicotteri, per strada miriadi di blocchi. Atmosfera da grandi occasioni si direbbe. A un certo punto dell’incontro il sindaco di Parigi Delanoe e il suo ospite si mettono a discutere riguardo la bulimia di investimenti del piccolo emirato, il quale di certo non ha pensato due volte prima di allungare la mano su pesi massimi come Porsche o la banca Barclays. A riguardo, con un sorriso enigmatico, ha da dire il principe ereditario Tamim: ”Sa, in questo momento stiamo ricomprando i nostri cavalli dagli egiziani e le nostre perle dagli indiani”.

Con un’estensione di 11.500 chilometri quadrati e una popolazione di 1,9 milioni abitanti, il Qatar ha la taglia di un nano, mentre è ormai un gigante sul piano diplomatico ed economico. Grazie all’industria del gas, Doha (capitale del Qatar) può permettersi una politica d’intervento a 360 gradi. Su ambito economico, oltre i già sopraccitati prossimi acquisti, Doha è riuscita ad aggiudicarsi: l’organizzazione dei Mondiali di calcio del 2022 (senza dubbio curiosa sarà la presenza di tifosi ubriachi davanti le moschee), la squadra di calcio parigina Paris Saint-Germain, il 5 per cento del capitale della banca Santander in Brasile (il più importante istituto di credito latinoamericano).

Allo stesso tempo il Qatar ha assunto un ruolo di primo piano nelle rivolte arabe del 2011, suonando la carica contro Assad in Syria ed andando in soccorso dei “ribelli” in Libia. Il Qatar è stato infatti uno dei principali finanziatori e promotori della missione contro Gheddafi. Investito di ciò da Washington che, d’intesa con alcuni suoi alleati subalterni, sta provando sul campo un’intesa finanziario-militare con le petro-monarchie del Golfo (nella compagnia di giro ci sono anche gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita) per i conflitti prossimi venturi nel mondo arabo. Il Qatar ha così addestrato e inviato in Libia i caccia Mirage (prestati direttamente dall’Eliseo) e migliaia di guerriglieri islamici, sotto il comando di Abdel Hakim Belhaj, (supposto) ex membro di Al-Qaeda e attuale governatore militare di Tripoli. Altro tassello importante nell’aggressione alla Libia è stata la copertura assicurata dal canale televisivo qatariota Al-Jazeera. Una manipolazione degli eventi che ha scatenato indignazioni e anche dimissioni di diversi giornalisti dell’emittente satellitare.

Altre dichiarazioni inequivocabili sul coinvolgimento del Qatar sono giunte addirittura dal suo capo di stato maggior, Hamad bin Ali al-Atiya, che al “The Guardian” (26 ottobre) ha dichiarato: «Noi qatariani eravamo tra i ribelli libici sul terreno, a centinaia in ogni regione (…). Abbiamo gestito l’addestramento e le comunicazioni dei ribelli, supervisionato i loro piani, assicurato il loro collegamento con le forze NATO». Le “Figaro” (6 novembre) scrive di aver accertato l’invio in Libia da parte del Qatar di almeno cinquemila uomini delle forze speciali, «con valige piene di soldi, cosa che ha permesso loro di far ribellare delle tribù», di combattere sul terreno e di infoltire piazze poco numerose a beneficio dei cineoperatori grazie alla lingua e all’aspetto. E sempre dal Qatar trasmette Libya TV, «il primo canale indipendente della nuova Libia». A segnare questa forte ingerenza qatariota, ci sarebbe anche da segnalare l’accaparramento di un fondo sovrano qatariano dei fondi sovrani libici «congelati» e l’organizzazione di un nuovo sistema giudiziario che le autorità di Doha hanno ottenuto in seguito alla firma di un accordo col CNT.

Per capire l’ascesa della dinastia Al Thani bisogna tornare, come suggeriva precedentemente il principe Tamim, all’epoca delle perle e dei cavalli. Per gli abitanti del Qatar la perla, come anche i cavalli, sono sempre stati di enorme importanza. Sono infatti protagonisti di un profondo risentimento storico, icone di un bisogno di rivincita sugli sceicchi arabi e sui maharaja indiani, che spogliarono il paese dalle sue ricchezze. Solamente venti anni fa, lo sceicco Hamad, allora ancora principe ereditario, fece un’esperienza che lo segnò a vita. Durante un viaggio in Europa, l’agente del controllo dei passaporti dell’aeroporto gli sventolò il documento sotto il naso con sorriso beffardo. ” ma dov’è il Qatar? Esiste davvero?”. Mortificato, il futuro emiro giurò a se stesso che un giorno tutti avrebbero conosciuto il suo paese.

Negli anni successivi, come si può constatare, l’emiro prese quel giuramento alla lettera. Se appoggiare o meno gli interventi di sapore neo-colonialista delle forze atlantiche in Nord Africa e in Medio Oriente, è stata una sua decisione. Di certo ora ne pagherà le conseguenze, come quella di diventare una base d’appoggio della NATO. I rapporti diplomatici con il resto del mondo arabo sono sempre più tesi, e le forze nordiche lo sanno. Come disse Euripide, “si è schiavi del denaro o della sorte“. Sua altezza Hamad bin Khalifa ora rischia di esserlo di entrambi.