Il governo americano ha deciso: fornirà armi ai “ribelli” siriani. Secondo Barack Obama, le truppe siriane avrebbero utilizzato armi chimiche nel corso della guerra civile. Il presidente Assad avrebbe quindi oltrepassato la “linea rossa” tracciata dagli Stati Uniti utilizzando gas Sarin nei combattimenti, anche se queste ipotesi non sono state confermate da organi di controllo internazionale, anzi alcuni di questi hanno spesso sostenuto che la responsabilità dell’uso di armi proibite sia dell’opposizione.

 Alla decisione di Washington ha prontamente risposto il governo russo, bollando come “bugie” le insinuazioni americane. “Obama sta prendendo la stessa strada di Bush”, ha poi dichiarato il presidente della commissione esteri della Duma, Alexiei Pushkov. Oltre alla fornitura di armi ai “ribelli”, l’amministrazione Obama sarebbe intenzionata ad imporre una No-Fly zone sui territori al confine con la Giordania, violando di fatto il principio di sovranità nazionale della Siria. La decisione degli USA, potrebbe avere gravi conseguenze anche a livello internazionale,  con Iran e Russia che non resteranno di certo immobili di fronte ad una così forte presa di posizione americana.

La gestione del problema armi chimiche in Siria, ricorda molto quello che accadde nel 2003 in Iraq, ed a tratti sembra esserne l’esatto copione. Anzi, possiamo dire che tutta la questione siriana ricalca le fasi che precedettero l’intervento armato della coalizione occidentale nel paese del Tigri e dell’Eufrate. Il copione seguito da Obama è del tutto simile a quello utilizzato da Bush nel 2003. Sembra quasi che gli interventi “liberatori” degli Stati Uniti seguano uno schema preciso: attacco mediatico, ricerca di armi chimiche e conseguente intervento militare. Per ora in Siria abbiamo assistito alla realizzazione solo delle prime due fasi, ma se la situazione dovesse evolversi lungo la piega che sta prendendo, la terza fase sarebbe inevitabile.

 La fornitura di armi alle bande armate che si oppongono al governo siriano, che per vie ufficiali inizierà a breve, secondo alcuni ha avuto inizio ben prima; lo dimostrerebbero le munizioni di fabbricazione americana ed israeliana ritrovate dalle truppe dell’esercito siriano nella città di Qusayr, ritornata nelle mani del governo dopo un’estenuante battaglia durata diversi giorni. Proprio la sconfitta di Qusayr e il conseguente tracollo delle armate “ribelli”, avrebbe accelerato le procedure per rifornire di armi e munizioni le truppe antigovernative. Stando alle ultime notizie, l’esercito del presidente Assad sarebbe ormai in procinto di riprendere i quartieri della città di Aleppo, la seconda del paese, in mano all’opposizione.

La preoccupazione principale dei sostenitori delle truppe “ribelli”, è che Aleppo possa sfuggire loro di mano, decretando così la fine delle ostilità e la conseguente vittoria, trionfale, del governo siriano e dei suoi alleati. Obama e il suo entourage in questa fase stanno dimostrando di non essere poi tanto diversi dai loro predecessori, e di non rappresentare il tanto agognato “change” (slogan della prima campagna elettorale del presidente americano) che l’America e il mondo auspicavano. La fornitura di armi alle forze di opposizione in Siria, rischia di allontanare in modo decisivo le speranze di pace e dimostra ancora una volta la scarsa lungimiranza della politica estera statunitense e occidentale in generale.