Quando nel 1993 Nigel Farage fondò insieme ad altri compatrioti lo Ukip (United Kingdom Independence Party), nessun politologo o storico fu allora capace di intravedere le potenzialità e le grandi problematiche che l’ex conservatore sarebbe riuscito a sollevare negli anni successivi. Uomo dinamico, predisposto naturalmente all’adattamento e al cambiamento, aggressivo, tagliente e mai domo; se si pensa che con coerenza porta avanti oramai da più di quindici anni, una rischiosa e ardua visione politica all’interno stesso della Camera dei bottoni europea al fine di sopprimerla, e così ridare le sovranità perdute agli Stati membri.

Ma la storia di Farage inizia molto prima. Alle elezioni del 1997, la sconfitta schiacciante, portò uno dei fondatori dello Ukip, Sked, a dire che tale partito sarebbe inevitabilmente rimasto ai margini della scena politica d’oltremanica. Ottenuto poi il seggio al parlamento europeo nel 1999 e nel 2004, Farage diviene il leader del partito, portandolo ad una miracolosa risurrezione politica che prese forma per la prima volta alle elezioni europee del 2009, ove lo Ukip arrivò a conquistare il secondo posto per numero di voti, superando addirittura il partito laburista.

Sopravissuto anche a un incidente aereo, Nigel Farage è considerato uno dei politici più abili e tenaci, dotato di mezzi oratori straordinari e un carisma invidiabile. Nel parlamento europeo è noto per il suo linguaggio molto diretto, il suo sarcasmo strisciante tanto da indurre il Times inglese a chiedersi se fosse “the loudest” (il più rumoroso, ndr). Farage è ultimamente il politico scomodo agli eurocrati, tanto che ha raccolto il maggior numero di richiami dal presidente della commissione ed è stato anche costretto a presentare scuse ufficiali al presidente del Consiglio europeo Herman Von Rompuy, dopo avergli detto “who are you” (chi sei, ndr) o ancora nominandolo lo “straccio bagnato” dell’Europa. Oramai quasi mitologici sono diventate le sue arringhe nelle assonnate aule del parlamento, il suo appellarsi in modo esplicitamente critico ma al contempo scherno e giocoso a Barroso e agli altri tecnocrati di Bruxelles. Con queste strategie Farage è riuscito senza mezzi termini ad emergere dal torpore e dalla debole dialettica di un parlamento e di un’istituzione che sono sembrate a dir poco spiazzate dal furore dell’ex conservatore inglese e dal fulmineo consenso riscosso dallo Ukip nell’Europa intera. Con questi toni il leader inglese ha portato avanti mille battaglie, dall’opporsi al Trattato di Maastricht, alla denuncia delle imposizioni di governi fantocci in Grecia ed in Italia, passando per una dura critica al trattato di Lisbona. Farage ha denunciato la pericolosità dell’abbandono delle sovranità nazionali (“the eurodisaster” come la chiama lui) e ha sfidato la legittimità del parlamento nell’imporre con fare minaccioso, programmi politici e ricette economiche agli Stati membri. Critiche aspre sono state mosse anche nei confronti dei vari “bailout funds”, che vengono visti come facili vie d’uscita temporanee ma che non risolvono in alcun modo la crisi economica che ha colpito i cosiddetti “Pi(i)gs”, poiché forzando gli Stati ‘sani’ a dover pagare ingenti somme per tappare gli “euro-buchi” si è creato un meccanismo ha assoggettato le Nazioni più deboli a quelle più forti. Da qui il grande scontento di Farage nel vedere un’Europa dominata dalla Germania, le quali mosse vengono oramai decise a Berlino, un’ Europa contro la quale – Farage ricorda – molti dei suoi connazionali versarono il sangue.

Il leader dello Ukip rappresenta anche la non “europeicità” dell’Inghilterra, rivendicando differenze geografiche e storiche millenarie, riuscendo ad incorporarle con una critica ben argomentata sull’operato del parlamento europeo. È l’unico politico del continente che ha criticato l’asservimento degli Stati membri a regole e procedimenti finanziari; che ha messo in risalto il disastro della moneta unica; e infine, che rimesso in discussione la veridicità democratica stessa dell’istituzione, augurandosi che tutto ciò venga destinato “to the dustbin of history” (al cestino della storia, ndr). E’ riuscito con la sua dialettica concisa, fatta di semplici ma efficaci parole, ad ottenere molti consensi non solo in Inghilterra, ma anche nel resto dell’Europa. Nigel Farage è un dissidente dell’eurocrazia, forse il portavoce di tutti i popoli continentali oppressi dal mercatismo e dalla troika. Tuttavia fatica elettoralmente in patria. Nella City londinese, resta un comune mortale.