Bettino Craxi va considerato come un uomo interamente politico, totus politicus, l’ultimo politico, per  dirla con il nostro direttore, Sebastiano Caputo. Egli, infatti, non ha mai avuto altro orizzonte se non quella della propria Weltanschauung diversamente da tutto il serpentone tecnico-finanziario che ha governato l’Italia degli anni successivi.  E’ da poco passato il 19 Gennaio, data importante perchè, oltre a segnare la ricorrenza della morte di Craxi, ricorrono quelle di Jan Palach, di Andrea Costa e di Eric Voegelin, tutti personaggi collegati in qualche modo all’antitotalitarismo, tema senza il quale non arriveremo realmente a comprendere il pensiero politico e le azioni di Bettino Craxi. Un sovranista, anzitutto, inteso come quell’uomo politico che pone come principio operante basico della sua visione, la difesa dell’indipendenza nazionale. L’episodio di Sigonella ne è solo l’emblema storico ma è la totalità della visione politica craxiana che ad essere impregnata di questa strenua difesa della sovranità nazionale.

Potremmo definirlo come l’ultimo importante leader italiano prima dell’avvento della τέχνη nella politica governativa ossia prima dell’avvento della capacità tecnica, del saper fare e del saper operare con perizia  che tutt’ora sovrastano qualsiasi tipo di meditazione politica che non sia prettamente economicista. Da grande giocatore di Poker, Craxi fece la sua partita in totale autonomia,personalizzandola, deridendo , tra l’altro , l’ipotesi del compromesso storico, fautore di una Via Media tra comunismo e democratismo cristiano, ponendosi ,sempre, quale propositore della dialettica dei poteri, economici, politici e religiosi.

Ed è in questo rapporto dialettico che sta l’attualità di Craxi ossia la necessità storica del superamento dell’assolutismo di Stato che va considerata come tutt’oggi riproponibile per intero, attualmente tradottosi, però, in un assolutismo degli enti sovrastatali e dei poteri finanziari, tramite un continuo confronto tra i poteri nazionali, con i quali plasmare la società. Quello che egli stesso chiamava il pluralismo del socialismo che è, per l’appunto: ” l’assenza del monopolio.”

E’ da evidenziare, quindi, l’attualità di quella tesi per il nostro periodo storico:  la necessità, appunto, del potenziamento della società nel confronto impari con quello che non possiamo più chiamare Stato ma che dobbiamo codificare  in un altro modo, ma comunque, nei confronti di quella forza “padrone di ogni cosa, delle risorse economiche delle istituzioni degli uomini e persino delle idee”. Il totalitarismo dell’epoca contemporanea a cui siamo soggetti, insomma, descritto con parole di  qualche tempo fa, riferite allora al sistema statale e che oggi potremmo invece dedicare all’attuale assolutismo capitalistico.

Un uomo che scelse Proudhon per analizzare e destrutturare l’ipotesi comunista, di cui contestava essenzialmente l’irrealizzabilità ontologica del legame tra socialismo e Stato, pensandoli come incompatibili per definizione. Avendo distinto, in questo senso, la libertà dalla libertà collettiva, definendo la seconda come impregnata di burocratismo autoritaristico di stampo premoderno. Tesi, questa, con la quale usava criticare chi considerava il bolscevismo realmenta attuabile. Egli voleva, esattamente come i teorici del comunismo, superare il liberalismo in modo definitivo ma non con una distruzione tout court, bensì per mezzo di un superamento storico di tipo fenomenologico, fondato anzitutto su una nuova strutturazione della società.

Da qui il paradosso dell’eredità politica in termini di spazi sia mediatici sia politici che Craxi aveva rispettivamente occupato ed incarnato , inventandosi un Premierismo ante-litteram, eredità, manco a dirlo, ” raccolta” da Berlusconi. Non vi è, per usare un eufemismo, continuità, se non nella immaginifica visione della Milano da bere, tra il craxismo e il berlusconismo. L’imprenditoria pubblicitaria applicata alla politica è tra i fenomeni più distanti dal dirigismo socialista craxista, almeno in uno schema classico di visioni politiche. C’è un pieno sviluppo, però, della personalità individuale in Craxi a cui Berlusconi ha ben saputo dare continuità. Tuttavia nel leader socialista c’era una costante predominanza del pensare politico e della maturità culturale che è venuta a mancare nella scena italiana dopo la sua parentesi. Caratteristiche che lo hanno sì preceduto ma che non l’hanno più superato. L’ultimo leader cresciuto all’interno di un quadro storico ed intellettuale precendente alla caduta del muro di Berlino, inoltre, elemento che non va tralasciato per comprendere di che entità è stata quella cesura storica anche in termini di qualità intellettuale della classe politica.

Dice Massimo Fini parlando di «Vi racconto il lato buono di Bettino» (17/12/92), che “accanto al Craxi sfigurato, sconciato, deformato, di quei momenti, fiocinato anche, e proprio, dai suoi ex protetti, ce n’era stato anche un altro che aveva suscitato speranze in molti”. Ed è esattamente questo che si deve sottolineare in quest’articolo, che oltre l’inappellabilità della  indifendibilità del personaggio in questione, c’è un’interpretazione che va assolutamente data del Craxi politico che è indipendente  dalla macchia della fase finale del suo percorso, che ne dequalifica purtroppo il resto. Ovvero del Craxi che aveva dato speranza all’Italia facendo scendere l’inflazione dal 12 al 5% , con la crescita dei salari e l’impresa di esser diventati il quinto paese industriale più avanzato del mondo.

Un politico che aveva, tra le altre cose, una visione prettamente mediterranea e pro-araba del quadro geopolitico all’interno del quale voleva collocare l’Italia, sempre in funzione della ricerca di una indipendenza piena e non post-coloniale, condita da visioni poi consolidatesi  come quando  lanciava su l’Avanti da Hammamet le sue invettive contro la politica italiana sotto lo pseudonimo Ghino di Tacco, denunciando il  progetto europeista, poi rivelatosi per come lo conosciamo.

Non si vuole riabilitare Craxi, bensì la sua idea di Italia, che andrebbe sicuramente meglio ponderata in virtù della continua perdita di sovranità cui siamo sottoposti, cercando di decontestualizzare il discorso rispetto la famosa vicenda giudiziaria, per riaprire serenamente, con saggezza, un dibattito interpretativo sulla collocazione internazionale che l’Italia deve assumere, domanda che i nostri attuali governanti non si pongono minimamente ma che stringe i pensieri di quanti soffrano in modo serio ed impotente la mancata possibilità della costruzione di un’identità italiana piena, sovrana, slegata dalla tecnica finanziaria e finalmente politica.