Che la libertà d’informazione in Italia sia più una chimera che una realtà è cosa nota. Esiste la libertà di informare come quella di informarsi, ma che poi esse siano tutelate dalle istituzioni è su per giù utopia. Esistono varie evidenze a supporto di queste affermazioni. I grandi giornali italiani sono nelle mani di pochi ed enormi editori, che fanno riferimento a società o a personaggi così influenti da far dubitare della reale imparzialità di quest’informazione. Addirittura peggiore è il caso della televisione e dei telegiornali. Abbiamo vissuto per decenni in un duopolio Rai-Mediaset, rete pubblica-rete privata che nel momento in cui Berlusconi è diventato Presidente del Consiglio è divenuto un monopolio. E se le tristi sorti della televisione italiana sono ormai note ai più, c’è da dire che sono ancora in molti a credere nell’onestà intellettuale di alcune grandi testate nazionali.

Oltre a giornali quali l’Unità, il Manifesto, La Padania e Il Secolo d’Italia, che sono nati in qualità di organi di stampa di partito, il nostro paese si è riempito di redazioni che si son rese protagoniste di una ondata di disinformazione vergognosa per un paese che si definisce democratico.  

Abbiamo il Corriere della Sera, primo giornale italiano per diffusione, che come noto è edito dal gruppo Rcs MediaGroup. Recentemente al centro di una minuziosa inchiesta di Report (1), il gruppo editoriale controlla anche La Gazzetta dello Sport e alcune testate minori quali L’occhio e L’Alto Adige, oltre a noti periodici quali Max, Abitare, Oggi e L’Europeo. Assai controverse sono state le operazioni finanziarie del gruppo effettuate negli ultimi anni, che hanno di fatto costretto alla svendita della storica sede di Via Solferino e alla dismissione di intere redazioni.

Seconda testata italiana per diffusione è La Repubblica, la cui vicinanza col Partito Democratico è divenuta ormai cosa nota e ben consolidata. È di Eugenio Scalfari l’editoriale del 18 maggio scorso intitolato “Il 25 Maggio bisogna votare per Renzi e per Schulz”. Ma del resto non è solo questo l’ambito in cui la faziosità di Repubblica emerge con forza. Ancora di Scalfari è il pezzo intitolato “Per fortuna Renzi ha vinto, ma ci sono altri esami da superare”, mentre diverse firme hanno più volte sostenuto, in maniera più o meno velata e più o meno disonesta, l’attuale partito di maggioranza. La Repubblica appartiene al gruppo editoriale L’Espresso, il cui presidente è Carlo De Benedetti, colui che nel 1993 confessò di aver pagato 10 miliardi di lire ai partiti di maggioranza per ottenere una commessa dalle Poste Italiane. Colui che peraltro possiede tre emittenti radiofoniche, sei canali televisivi e numerosissimi periodici locali (oltre, ovviamente, all’Espresso).

Caso forse più emblematico di tutti è però quello de Il Messaggero. Lo storico giornale romano è stato acquisito nel 1996 da Francesco Gaetano Caltagirone, il famoso costruttore che ha contribuito alla realizzazione di numerosi quartieri capitolini. Già all’epoca la FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana) aveva espresso numerose preoccupazioni a riguardo, anche considerando la precedente acquisizione da parte dello sesso Caltagirone de “Il Tempo” e “Il Mattino”; era evidente fin da subito il danno che il pluralismo d’informazione avrebbe subito dalla creazione di questo impero editoriale. Del resto non sorprende affatto che raramente le pagine de Il Messaggero attacchino personaggi quali Pier Ferdinando Casini- genero di Caltagirone- o addirittura lo stesso Caltagirone (si vedano ad esempio i fatti dello scorso 4 dicembre (2) o la campagna contro ACEA, secondo alcuni nelle mire dell’imprenditore romano), mentre con molta maggior frequenza siano solite ad attacchi- spesso infondati o scarsamente significativi- contro volti politici e non invisi alla lobby dei costruttori romani, abituata da decenni a determinare ogni azione politica della capitale.

Parlavamo inoltre delle televisioni, che in Italia sono passate da un duopolio ad un monopolio al momento del primo incarico di governo affidato a Silvio Berlusconi. Ma c’è dell’altro. Già da due anni infatti il celebre Gruppo Bilderberg- il manipolo di superpotenti provenienti dal mondo della finanza, delle lobby, dell’imprenditoria e dell’informazione- vede tra gli invitati italiani alcune giornaliste televisive. Stiamo parlando di Monica Maggioni, direttrice di RaiNews24 appena tornata dalla quattro giorni di riunioni terminata solo ieri, e di Lilli Gruber, donna-volto di La7 già ospite dell’esclusivo Club insieme a Franco Bernabè, ad di Telecom nonché uomo assai influente all’interno della stessa La7. Non bisogna dunque stupirsi che sia stata proprio RaiNews24 una delle emittenti più attive nel mettere in atto quell’ondata di disinformazione filo statunitense che ha riguardato i recentissimi fatti ucraini. Del resto di filo americanismo il Gruppo Bilderberg ci vive, visti componenti del calibro di Mario Monti, Henry Kissinger, George Soros e Timothy Geithner.

E se anche in un paesaggio desolato come questo esiste ancora la speranza rappresentata dalla sparuta stampa sana e libera dai grandi editori, bisogna senz’altro prendere atto della definitiva morte dell’onestà intellettuale dell’informazione tricolore. Credere che sia sufficiente leggere un giornale per potersi dire informati è superficiale ed ingenuo. È oramai necessario, prima di potersi dire informati, valutare l’inferenza dell’editore ed approcciarsi all’informazione consapevoli del ruolo che quel singolo giornale svolge in ambito politico, per conto di chi opera e da quali tasche riceve benefici economici. Solamente in questo modo ci si può dire informati in un sistema che di democratico conserva oramai soltanto il nome. 

1)     http://www.report.rai.it/dl/Report/puntata/ContentItem-bc814f52-b352-4965-b28d-ddf8d332571e.html

2)     http://www.huffingtonpost.it/marica-di-pierri/regalo-di-natale-a-caltagirone-sgomberata-palazzina-a-ponte-di-nona_b_4390434.html