Il ministro degli Esteri iraniano Ramin Mehmanparast ha accusato Israele di essere dietro l’attentato di venerdì scorso

Il Libano rischia di rivivere l’incubo della guerra civile. È bastata l’autobomba esplosa venerdì scorso a Piazza Sassine, nel quartiere cristiano di Beirut, vicino a una sezione del “14 marzo” (principale alleanza partitica avversa alla coalizione di maggioranza diretta da Aoun e Nasrallah) a riaccendere le tensioni nelle principali città del Paese e in alcuni quartieri della capitale libanese. Tra le otto persone morte a seguito dello scoppio dell’ordigno, c’era anche il generale Wissam Hassan, capo dei servizi segreti, il quale è stato ricordato all’indomani dell’incidente proprio in occasione della “Giornata della collera” contro la Siria, additata come mandante dell’azione terroristica da parte delle opposizioni, in primis da Mustaqbal, il partito di Saad Hariri (genero di Rafiq) vicino agli ambienti sauditi. Ma le tensioni non sono finite lì, dato che sabato, i manifestanti (principalmente sunniti, e sostenitori di Hariri) hanno cercato di prendere d’assalto l’edificio del premier libanese Najib Mikati, rivolgendo un appello al governo – in cui il movimento sciita Hezbollah ricopre un ruolo di primo piano – a rassegnare le dimissioni. Di fatto gli scontri si sono protratti fino a tarda notte, in particolare nella parte Sud della capitale, dilagando poi su tutto il territorio.

Nella notte tra domenica e linedì, le violenze sono cominciate a Kola, a sud di Beirut, dove la fazione sciita (vicine a Hezbollah) e quella sunnita (vicina a Mstaqbal) si sono scontrate con mitragliatori e granate, senza però provocare vittime. Tuttavia il maggiore incidente è avvenuto a Tripoli,  città sunnita e soprattutto roccaforte salafita, nella quale si sono affrontati i sostenitori del governo vicino alla Siria e all’Iran e i seguaci dell’opposizione libanese sostenuta dall’Arabia Saudita. Secondo alcune fonti, infatti, sarebbero morte almeno quattro persone di cui una bambina di nove anni e una di quindici, colpite da cecchini. A causa delle forti tensioni, il ministro degli Interni Marwan Charbel ha definito gli eventi come “una reazione emotiva” all’autobomba esplosa venerdì, spiegando che “l’esercito libanese prenderà le misure adeguate per mantenere la sicurezza nel Paese”. “Stanno arrestando chiunque porti con sé armi, e piano piano stiamo riaprendo le strade bloccate” ha detto Charbel “anche se alcune vie di comunicazione rimarranno chiuse per prudenza, come ad esempio le strade di Tripoli, Beirut e l’autostrada che collega la capitale a Sidone”. Alle direttive del ministero degli Interni, i vertici militari libanesi hanno replicato con un comunicato nel quale si può leggere che “l’esercito è deciso a fermare ogni tentativo di destabilizzare la sicurezza del Paese per salvaguardare la pace”. “L’esercito – prosegue la nota – ha invitato i partiti alla cautela e non fomentare le tensioni perché è in gioco il destino del Paese. Le forze armate prenderanno misure ferree nelle aree in cui si registrano tensioni settarie e religiose per evitare che il Libano si trasformi in un campo di battaglia e che l’omicidio di Wissam al Hassan si trasformi in un’opportunità per uccidere l’intero Paese”.

Oltre al sostegno dei vertici militarti, il presidente della Repubblica Michel Suleiman e il primo ministro Najib Mikati, si sono garantiti quello della comunità internazionale. Dopo i colloqui avvenuti ieri tra il capo di Stato libanese e gli ambasciatori dei cinque Paesi membri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, il coordinatore speciale dell’Onu per il Libano Derek Plumbley, ha spiegato che i cinque ambasciatori stanno sostenendo l’impegno del presidente libanese per allentare le tensioni e metter fine all’instabilità nel territorio. Plumblly ha inoltre chiesto a “tutte le parti in Libano di mostrare unità nazionale”, affermando che “gli ambasciatori di Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina han dichiarato che staranno dalla parte del Libano in questo difficile periodo”.

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