Ancora una volta il premio Nobel all’economia Paul Krugman interviene sul New York Times sottolineando come le politiche economiche intraprese dai Paesi membri della zona euro – indotti o costretti a seguire il modello tedesco figlio del Washington Consensus del FMI – stia risultando fallace e del tutto inadatto, affermando che l’Italia costituisce il primo modello ove queste teorie stanno risultando inadatte o (ancor più) fuorvianti. La radice del problema – come già ebbe a dire il Prof. Krugman – lo si ritrova nella mancanza di sovranità monetaria e nelle “innocenti frodi capitali” avanzate dal Prof. Mosler da diversi anni, come la non problematicità del debito intergenerazionale, il falso spauracchio dell’alto debito pubblico e, soprattutto, credere di poter ravviare i circuiti economici nazionali riducendo la domanda aggregata e aumentando le aliquote: in questo modo si consegna il Paese alla recessione (e alla depressione economica) senza molte possibilità di una ripresa successiva, il tutto trainato e condotto sull’ “incrollabile fiducia” che riducendo prima la spesa si possano ottenere consumi maggiori in un momento successivo.

La partenza anticipata del Premier Monti è il chiaro segnale – conclude il premio Nobel – di come il Paese non possa più sopportare questo tipo di politica economica e debba al più presto cambiare rotta, cambiare pensiero e abbandonare un neo-liberismo che ha cercato di curare la malattia di cui è responsabile con gli stessi metodi usati per generarla. Caposaldo principale della politica neo-liberista e dunque montiana rappresenta una inesplicabile fiducia riguardo le proprie teorie e i propri risultati, e quand’anche la realtà contingente non lo dimostrasse, il problema è presto risolto ravvisando le difettosità non nelle teorie economiche quanto nella loro diretta applicazione (“sono state fatte male”), assolutamente fiduciosi che i risultati “prima o poi arriveranno”.

L’origine di una tale sicurezza è da ravvisare nell’excursus del paradigma dominante, vale a dire nella scuola neo-classica prima e in quella di Chicago dopo (“fresh water” per citare Krugman) che fanno dell’economista un fisico classificatore dei comportamenti umani secondo leggi di natura da rinvenire, classificare e seguire. Il fattore sorprendente consiste di come l’Europa continui ad accettare una tale situazione e di come le gerarchie politiche ancora rimangano dietro le quinte per poter buttarsi nel calderone una volta la situazione lo permetta o sia sfuggita di mano, alla stregua degli avvoltoi dopo una battaglia sul campo, e di come parallelamente la BCE si ostini nel non fare dietro-front, intervenendo all’ultimo solo laddove la situazione è così disperata da non poter permettere altre soluzioni. Che Krugman inviti a rivedere le teorie economiche dominanti, è superfluo.