L’idea e programma della BCE, principalmente diretta e governata da un entourage che segue fedelmente il paradigma dominante, ossia i dogmi della Scuola neo-liberista di Chicago (come direbbe il premio Nobel all’economia 2008 Krugmann, le scuole di “fresh water” per indicare quelle scuole economiche che non si affacciano sull’Oceano atlantico ma sui laghi americani, progettando solo di esportare il proprio modello ovunque senza considerare le differenze d’applicazione) ha come presupposto una fede incrollabile in quel principio proveniente dalle scuole e cattedre di Management quale è il Benchmarking, strictu senso inteso come paragone assoluto tra la sanità di un Paese con il suo sistema economico, e quelle restanti.

Senza dilungarsi troppo, appare palesemente evidente come questa politica e questa scuola incentrino la propria azione riformatrice sull’idea di un paragone, di un esempio perfetto (cioè completo) da seguire: al giorno d’oggi il mercato azionario e in secondo luogo la Troika hanno ufficiosamente eletto a tale modello la Germania e la sua politica economica e pretendono che tutta l’Europa continentale non solo si adegui, ma bensì subisca una rapida mutazione adottando tutte le misure e le manovre, oltreché le politiche, che in quel Paese sono state capaci – fino ad ora – di rendere la Germania il Paese economicamente ed industrialmente più forte sul suolo europeo.
Tuttavia si può facilmente cogliere come questo processo sia in realtà involutivo, e non evolutivo, anche da semplici osservazioni: in primo luogo la Germania ha subito, dopo la Seconda Guerra mondiale, un processo di americanizzazione molto profonda, grazie e a causa della ricostruzione del Paese operata e finanziata dagli Stati Uniti. Questo ha prodotto un repentino mutamente non solo della scuola politica, bensì soprattutto della scuola di pensiero economico, e anziché seguire le lungimiranti tesi della scuola economica (positivistica) tedesca cui a capo di rimanda sempre a Schumpeter, la Germania ha adottato in pieno il modello alchianiano facendolo proprio, grazie al fatto che la ricostruzione era quasi del tutto finanziata da capitali stranieri; in secondo luogo, qualora così si ragionasse non tenendo conto della profondissima abdicazione che il popolo tedesco e le sue istituzioni sono state costrette a fare, così riducendosi alla stregua di una marionetta controllata dagli Stati Uniti e dalla sua scuola economica legata al pensiero neo-classico e neo-liberista, sarebbe assurdo poter proporre le medesime soluzioni per tutti i tipi di problemi economici legati alla zona euro, come se tutti i Paesi potessero essere curati dalla medesima panacea: oltreché abusare di Ubris, non si risponderebbe ad un interrogativo fondamentale per chiunque si riflettesse sulla questione, vale a dire il perché e il percome tale scuola debba essere seguita con fede incrollabile senza un minimo di garanzie di non solo come queste teorie giovino nel lungo periodo agli Stati, ma soprattutto perché esse si debbano, sempre a lungo periodo, rivelare fruttuose per tutti gli stati, al di là del prendere in considerazione le enormi differenze politiche, culturali ed istituzionali di ogni singolo Paese comunitario.

In realtà la risposta è molto articolata e probabilmente oggi non è data conoscersi, tuttavia prima di prendere come assoluto le teorie economiche altrui dovremmo iniziare ad interrogarci se la politica economica di Washington funzioni per l’eurozona (alla luce della crisi del 2007) e sul perché dovrebbe funzionare indipendentemente allo stesso modo per tutti i 27 Stati membri; in secondo luogo dovrebbe esserci la massima consapevolezza che le scelte effettuate in campo economico non sono affatto le migliori, ma le uniche esistenti in un panorama molto ristretto, che però ne contempla di ben altre, ma per motivi prettamente – si capisce con facilità – politici, non prende in considerazione altre alternative come altrettanto valide o possibilmente valide.

Così dunque la politica della Banca Centrale europea, della stessa della Fed e del FMI, possono essere accettate e condivise, ma per lo meno – per riprendere le critiche del neo-classico Knight al sistema – debbono essere consapevoli e consapevolmente accettate da tutti: la società contemporanea, invece, sembra mostrare molta più fiducia, molta più fede (perché di questo si tratta) in queste politiche neo-liberiste di quella che il popolo ebraico ebbe in Mosé all’uscita dell’Egitto e per tutto il suo pellegrinare nel deserto. Tuttavia allora quel popolo eletto ebbe giusto motivo di prestare fede ad un uomo inviato da Dio, mentre oggi noi società prestiamo la stessa fede come se fosse avvenuta una sorta di investitura divina, senza pero saperne nulla.

Probabilmente avevano ragione gli antichi: la verità e la consapevolezza fanno sempre male all’uomo, ma questo è il prezzo di ciò che lo smuove a non chinarsi ed abbassarsi al ruolo di schiavo pure riconoscente verso il padrone.