A un anno esatto dalle elezioni vinte sul filo di lana, Mohamed Morsi non è più il presidente dell’Egitto. A decretare la sua fine è stato l’esercito che, forte delle pressioni di una folla oceanica che da giorni riempiva le piazze, con un vero e proprio colpo di stato ha deposto l’ormai ex presidente, arrestandolo e trasferendolo in regime di detenzione all’interno del ministero della difesa. I militari, che già avevano intimato a  Morsi di dimettersi, concedendogli un ultimatum, hanno sospeso la costituzione e posto al vertice del paese, in via provvisoria, il presidente, fresco di nomina, della Corte Suprema, Adly Mansour.

 “E’ il giorno più bello e l’esercito ci ha salvato”, continuano a ripetere i manifestanti in piazza Tahrir al Cairo. In effetti il “golpe” non sarebbe mai avvenuto se quasi 30 milioni di egiziani non fossero scesi in strada per quattro giorni consecutivi, chiedendo a gran voce le dimissioni del leader dei Fratelli musulmani, e la fine della sua politica di islamizzazione silenziosa, che stava trascinando l’Egitto nel vortice dei salafiti e dell’Islam radicale. I militari promettono un governo di transizione per poi tornare alle urne per l’elezione di un nuovo presidente. Del resto, gli egiziani, che hanno spesso dimostrato la loro tenacia e volontà di cambiamento, difficilmente accetterebbero una nuova giunta militare al vertice dell’esecutivo, memori dei soprusi dell’esercito nel dopo Mubarak.

 Nelle piazze di tutto l’Egitto proseguono i festeggiamenti, persone di ogni estrazione sociale, di ogni formazione politica si sono trovate unite nel dire “No” all’islamizzazione silenziosa e allo strapotere delle lobby radicali, finanziate dagli emiri del Golfo. Per le strade si sono riviste immagini di icone che si credevano dimenticate, come quella di Nasser, storico leader a capo del paese negli anni 60, autore di una forte resistenza contro le  ingerenze occidentali e difensore dei popoli arabi minacciati dalla guerra imperialista.

La fine di Morsi significa molto per tutto il mondo arabo e non solo, significa anche sconfitta per la politica estera statunitense ed europea in Medio Oriente. E gli Stati Uniti, che diedero in qualche modo il via alla cosiddetta “primavera araba”, partita proprio dal paese delle piramidi, si rendono, forse, conto di aver puntato sul cavallo sbagliato. Dopo aver appoggiato per anni Mubarak, ne hanno imposto la fine e così, su pressione anche delle influenti lobby qatarine, apprezzate dai repubblicani e non solo, hanno appoggiato i falchi della fratellanza musulmana, garantendo ingenti aiuti economici e militari ai gruppi radicali e agli stessi salafiti, che continuano  a sostenere anche in Siria. La fine del governo della fratellanza, potrebbe anche voler dire la fine del radicalismo estremo del movimento che,  conscio del fallimento, potrebbe reinventarsi “moderato” e liberista sul modello dell’AKP di Erdogan in Turchia, anche se, per ora, i Fratelli musulmani non sembrano accettare la sconfitta e, anzi, annunciano manifestazioni di piazza

Passata la festa, l’Egitto dovrà però svegliarsi e individuare una strategia per uscire da una crisi politica, economica e sociale che da quasi tre anni sta strozzando e facendo morire un paese  fino a poco tempo fa  modello per tutto il mondo arabo. La via d’uscita non sembra pero’ vicina, ad oggi, infatti, i principali partiti che si sono opposti a Morsi, non sembrano avere un progetto chiaro di governo e la ricetta per la stabilità e il ritorno alla prosperità è ancora tutta da inventare.