“Fuga dal diritto del lavoro” è nel lessico giuslavorista degli ultimi anni il sintagma che al meglio sintetizza la questione della tutela. Questa felice espressione meglio si traduce ai più, profani, se declinata in freddi numeri: 9 neo-assunti su 10 nel 2014, già di loro fortunati, non sono entrati nell’apparato di tutele dello Statuto dei Lavoratori. La tragedia si consuma quotidianamente da quando la forbice insider-garantiti ed outsider-non protetti si è accresciuta a dismisura, complici le spinte liberiste di privatizzazione del collocamento- vedasi la riforma del contratto di somministrazione nel lavoro- e, detto al massimo della onesta voluttà, la eclissi totale del ruolo del Sindacato.

Ora, per proseguire nella argomentazione, verranno messi al bando noiosi tecnicismi giuridici e pregiudizi ideologici sulla norma e si darà per assunta la conoscenza del Jobs Act renzista. Il coraggio, che è sacra virtù, ci deve condurre a dismettere qualsiasi forma di fiducia nei Sindacati poichè questi hanno tradito la loro missione di ente esponenziale della classe lavoratrice e distrutto la dialettica industriale nell’ottica del conflitto sociale. Dov’erano questi nella stagione della precarizzazione? Dov’erano questi ai tempi di Biagi? È invalsi la prassi, da più di un decennio, di definire la piattaforma legislativa, che darà luogo a riforme strutturali, “legislazione contrattata”, proprio perchè termine di un law-making process aperto alle parti sociali e ai sindacati. Si potrebbe semplificare dicendo che tutte le confederazioni sono corree del macello sociale degli ultimi dieci anni. E non sarebbe una semplificazione priva di critica poichè proprio l’art. 18, come anticipato esclusivo dei neo-assunti, si è ridotto a simulacro ideologico per i lavoratori subordinati c.d. a tempo indeterminato, ma a strumento di controllo politico dei dirigenti sindacali nei tavoli di contrattazione collettiva e proselitismo. La chioma di Sansone dei sindacati 2.0. Ma non finisce qui.

La verità inemendabile della tutela reale e del potere del giudice di reintegra è indeclinabile nella realtà processuale dove l’incidenza è prossima allo zero. Perchè, verrebbe da chiedersi. La geografia occupazionale, qui il punctum dolens della questione, vuole la realtà socio-culturale italiana propensa all’idea, assai poco anglo-sassone ed neoeuropea, di sentimento per il concetto di job-property ovvero sia che l’italiano ama il posto del lavoro più che il lavoro stesso, inteso come espressione di reddito e dignità sociale, e che lo stesso è poco avvezzo a incentivare il proprio capitale umano e a formare quello dei figli. Di per sè la discussione sarebbe materiale da dottorato in sociologia ma è di ingente rilevanza per l’oggetto del merito, lo Statuto, incredibilmente anacronistico per la realtà attuale. L’opinione non sposa lo slancio liberista europeo- renziano ma giudica la attualità con cruda e spietata consapevolezza.

Lo Statuto, il suo diamante dettato n. 18 e tutte le forme di rivendicazione sociale dell’era repubblicana, dall’autunno caldo alla Camusso, stanno facendo i conti con il sovvertimento dell’ordine sociale voluto chissà da quale forma maligna di potere economico internazionale. L’architettura sociale che vuole l’occupazione del posto di lavoro un diritto a tutti gli effetti, assieme ai conseguenti reddito, previdenza e assicurazione, è in una fase di prepotente ristrutturazione non decisa e non voluta dalla classe lavoratrice e, al modesto parere di chi scrive, neanche dalle PMI, colonna vertebrale del capitale italiano. È in corso dunque l’ultimo atto di depauperamento progressivo di diritti acquisiti in decenni di rivendicazione, la fase ultima dello Stato di diritto. Tutto ciò ci conduce a una fase di digestione degli avvenuti mutamenti e di riassetto delle energie culturali ed economiche per le sfide dell’avvenire. Lo scenario andrà profilandosi nei prossimi anni all’assorbimento del prossimo turn-over generazionale, quello dei 49-55, e alla fine dei pasticci Fornero, quando l’apparato di tutele, smaltiti i “vecchi” nella previdenza pubblica, sarà in assoluto un miraggio per coloro che faranno l’ingresso nel mondo del lavoro, in nati 85-95, noi. Pessimista? Si vedrà.

Per questi motivi, e per altri non estensibili in questa sede, parlare di art. 18 in una fase storica di esplosione della struttura laboristica di cinquant’anni è miopia accertata da guarire in fretta. Come? Facendosi, la nostra generazione, oltre che accesa oppositrice di qualsiasi forma anti-sociale di politica economica, portatrice di idee e slanci propositivi non convenzionali e trasversali. La spinta alla fine del capitalismo patronale e familiare italiano che porterebbe a re-distribuire le conoscenze scientifiche nei settori apicali della dirigenza aziendale, anomalia tutta italiana. Un ritorno massiccio agli investimenti nel settore primario porterebbe a una bolla occupazionale senza precedenti. Superare preconcetti antistorici sull’occupazione pubblica, burocratica e ministeriale, sporca e stantia di inefficienza, una zavorra sociale per le generazioni che verranno. Potrebbe, così per dire, la nostra generazione farsi portabandiera di un urgente superamento dell’assetto confederale del sindacato italiano: abolire i carrozzoni CGIL e co., promuovere conflitto micro-economico e coogestionale alla tedesca, con i sindacati nei board direttivi a rappresentare i lavoratori. Ripensare la previdenza pubblica universalistica e favorire quella privata laddove possibile, con forme di solidarietà sociale previste normativamente e non virtualmente. Oltrepassiamo il bisogno di vessilli da difendere e la spasmodica smania di avere qualcosa di cui parlare. Questo è oggi l’art. 18, parlarne fa comodo ai potenti.