Lo scenario geopolitico mondiale sta cambiando profondamente a ritmi decisamente veloci. Mentre negli Stati Uniti i salari si abbassano, le fasce povere della popolazione aumentano e il debito pubblico è a livelli stellari, i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa) stanno crescendo spropositatamente e celermente, su tutti la Cina. A ciò va aggiunta la ferma decisione del governo argentino di non cedere ai ricatti dell’avvoltoio a stelle e strisce, il fallimento della guerra in Siria e la conseguente vittoria alle elezioni di Bashar al-Assad e l’avanzata dell’ISIS, gruppo terroristico islamista addestrato dalla CIA per farlo combattere in Siria, in ciò che rimane dell’Iraq dopo l’impiccagione, prima mediatica poi fisica, di Saddam Hussein.

In questo complesso scenario mondiale è facile evincere che gli Stati Uniti vedono minacciato quel ruolo di leadership mondiale in campo economico e bellico. Per Sergey Glazyev, amico e consigliere di Putin, la guerra in Ucraina è un punto fondamentale di una precisa strategia: per far fronte all’imponente crescita della Cina gli Stati Uniti hanno bisogno di assoggettare economicamente non più solo i paesi dell’Unione Europea, ma anche la Russia e i paesi a questa allineati. Perciò ha bisogno di un’altra guerra in Europa che gli permetta poi di giungere come salvatore, soggiogando, in pieno stile Piano Marshall, ulteriori stati.

Ossia c’è bisogno di ampliare la propria zona di assoggettamento economico-politico per restare a galla e sopravvivere, come paese più forte, all’avanzata economica dei BRICS. Ciò legittimato dal circo mediatico che distribuisce opinione pubblica russofoba dipingendo Putin come un terribile dittatore omofobo (utilizzando la solita strategia della “reductio ad Hitlerum”) e la Russia come un paese che minaccia, con il suo imperialismo, la tanto proclamata libertà dell’Europa liberale. È evidente però che il nemico oggi non è più la debole Unione Sovietica dopo il tradimento di Gorbaciov, che avviò la Perestrojka svendendo tutte le risorse pubbliche al cartello di speculatori finanziari a prezzi ridicoli e trasformando, in un attimo, il blocco comunista in un blocco completamente “democraticizzato”, liberalizzato e privatizzato. Oggi il nemico è diverso. La Russia di Putin è moderna, conservatrice, economicamente forte e in continua crescita.

Strategicamente sta attuando un piano su più fronti per destabilizzare questa campagna russofoba dei paesi filo-atlantisti manovrata dallo Zio Sam. Innanzitutto in Ucraina non è intervenuta direttamente, al contrario di quanto proclamato dai vassalli del pensiero unico, perché ciò significherebbe compiacere gli Stati Uniti e legittimare una guerra. Se la guerra non può essere su un campo di battaglia che sia allora istituzionale ed economica. Putin ha visitato i paesi dell’America Latina, annullando o diminuendo i loro debiti verso la Russia, per far capire che possono contare su un alleato che non sia l’America; ha creato l’Eurasia, un’unione doganale, uno spazio economico comune con Bielorussia, Kazakistan e a breve anche Kirghizistan e Armenia; ha difeso Assad quando il blocco occidentale lo attaccava; stringe accordi con l’Iran, la Cina; cerca, in definitiva, di far capire a tutti i paesi che resistono all’avanzata statunitense che possono contare sulla Russia come alternativa.

Certo, ciò non per semplice amore verso il genere umano, anche la Russia ha i suoi interessi. Ma tra questi sicuramente non troviamo il mondialismo, l’esportazione del proprio “way of life”, del proprio modello economico-politico. Economicamente parlando Putin ha chiuso i McDonald e sta pensando di vietare prodotti cardine del consumismo statunitense come la Coca Cola: sì per motivi salutari, ma per far capire che ci sono tanti mezzi per colpire uno stato. Inoltre ha vietato l’importazione di generi alimentari (e a breve anche di prodotti industriali) che provengono dai paesi dell’Unione Europea che hanno sanzionato la Russia per accontentare gli Stati Uniti.

Questa politica mette di fronte l’intera UE ad un bivio: scegliere la sovranità o continuare ad obbedire ad Obama? Ma la domanda neanche è stata posta, la risposta è ovvia. Il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina ha affermato che “stiamo seguendo con molta attenzione, anche con le autorità europee, la situazione”, ed ha avviato una task force per la stima dei danni. Non ci si deve porre la domanda su cosa fare: si contano i danni su ciò che si è fatto. L’Italia perderà 200 milioni l’anno, la Francia 1,17 miliardi, la Finlandia una cifra che sfiora metà del suo PIL, la Lettonia metà del suo PIL, l’Estonia una cifra che supera addirittura il proprio PIL. Per un totale di ben mille miliardi di dollari.

Tutte queste azioni della Russia sono punti di una strategia che cerca di contrastare quella statunitense, cercando di far leva sui paesi dell’Europa che, ormai inermi, preferiscono far deteriorare ulteriormente la propria economia piuttosto che disubbidire ad Obama. La Russia oggi è potente ed ha potenti alleati, ed è ora di iniziare a domandarci se vogliamo continuare ad essere una colonia economica o se vogliamo decidere autonomamente cosa fare, con chi e come, dato che a causa della scellerata decisione di imporre sanzioni alla Russia, stanno chiudendo le prime aziende italiane.