E’ stata una settimana all’insegna di indiscrezioni, smentite, annunci e controannunci concernenti le decisioni della Bce in merito ad una possibile apertura a misure espansive convenzionali (e non) per iniettare nuova liquidità nel Vecchio Continente e scacciare il fantasma della deflazione che fa perdere il sonno all’Eurotower. Sono bastate le parole di Draghi, il quale ha confermato giovedì pomeriggio che la Bce è pronta a tutto pur di contrastare il rischio di una bassa inflazione troppo prolungata, per rendere euforici i mercati europei, che hanno chiuso la settimana con il nono rialzo consecutivo (Piazza Affari +0.83%). Anche l’euro ne ha beneficiato, rimanendo stabile sul dollaro a 1.37, lontano da quell’1.40 di qualche settimana fa che aveva spaventato investitori e imprenditori. Effetti positivi che, tuttavia, non trovano riscontro in nessuna mossa concreta della Bce che, per il momento, si barrica dietro stime e simulazioni su un possibile quantitative easing (misura espansiva non convenzionale che la banca centrale adotta quando i tassi sono prossimi allo zero) da mille miliardi. Sembra, però, che l’intervento della Bce dipenderà dalla salute delle banche: essendo l’economia europea “bancocentrica” (a differenza di quella anglosassone che è tradizionalmente fondata sui mercati dei capitali), è fondamentale disporre di istituti di credito che siano in grado di trasmettere all’economia reale i finanziamenti provenienti dall’Eurotower. I flop datati 2011 e 2012, che videro le banche depositare la liquidità ricevuta presso la Bce, dimezzando de facto l’utilità dei finanziamenti, sono di fresca memoria e inducono alla prudenza.

Ad ogni modo, la salute delle banche italiane, secondo il dottor mercato, è più fiorente che mai, dal momento che da inizio anno il settore bancario ha guadagnato il 32%. Sono stati altri cinque giorni positivi che hanno visto crescere in particolare Monte dei Paschi di Siena, la cui cavalcata sembra inarrestabile (rialzo da inizio anno del 61%): ad inizio settimana il titolo era subito rimbalzato dopo l’annuncio di un’ulteriore cessione da parte della Fondazione per oltre il 6.5%: acquirenti Fintech, fondo americano riconducibile al tycoon messicano Martinez, e Pactual BTG, multinazionale brasiliana nel campo affaristico. I due nuovi azionisti avrebbero stretto un patto di lungo periodo con la Fondazione che mira a scendere al 2.5% delle azioni pur mantenendo, grazie all’alleanza Fintech e Btg, una posizione strategicamente rilevante nella governance dell’istituto senese: baluardo della tradizione di fronte al forestiero che avanza (“purché resti” direbbe Profumo). Settimana di fuoco anche per Banco Popolare che ha avviato l’aumento di capitale da 1.5 miliardi di euro: nonostante la chiusura settimanale in rosso, la ricapitalizzazione è stata ben accolta dagli investitori e il titolo è immediatamente rimbalzato in borsa. Tra gli investitori che hanno approfittato della mossa del Banco figura, neanche a dirlo, Black Rock che, secondo quanto riporta la Consob, avrebbe acquisito quasi il 7% azionario. Il fondo americano ha smentito in questi giorni le voci che lo vogliono ingaggiato in attività speculative, affermando di avere prospettive a lungo termine e di avere come clienti istituzioni e famiglie di piccoli risparmiatori. C’è, però, da dire che un così grande interesse di un fondo che, con i suoi 4300 miliardi di assets gestiti, rappresenta più di dieci volte la capitalizzazione di Piazza Affari, desta, perlomeno, una certa curiosità, se non preoccupazione.

Nel settore industriale chiusura positiva per Fiat Chrysler che si conferma una delle aziende su cui gli investitori puntano di più nell’attuale rally di borsa: il titolo ha, infatti, guadagnato più del 40% da inizio anno, segno che la decisione del Lingotto di migrare in cerca di sedi fiscali e legali più propizie ha ben fruttato e che le attese sulla quotazione della società a New York il prossimo autunno sono ottimistiche. Insomma: il “mood” sul mercato italiano rimane molto positivo, nonostante l’assenza di riforme strutturali. Con uno spread sotto i 160 punti, minimo storico dal 2011, l’effetto Renzi (come è stato definito dall’economista O’Neil, ex presidente di Goldman Sachs) continua a farsi sentire. Ma la sua durata rimane alquanto aleatoria.

Dal lontano Oriente continua l’apertura del dragone cinese all’Occidente: in vista della liberalizzazione dei mercati finanziari cinesi, nel tentativo di imporre l’egemonia dello yuan su scala globale, Pechino preme per un accordo di libero scambio con l’Europa. L’export e gli investimenti per sostenere il consumo domestico appaiono come i due pilastri su cui la Cina punta per assicurarsi un tasso di crescita “accettabile” (superiore al 7%), per tacitare i dubbi sulla salute dell’economia cinese (particolarmente preoccupante la notizia secondo cui le svalutazioni di bad loans da parte delle banche cinesi sia aumentato del 127% rispetto al 2012). Dal vicino Giappone segnali di stabilizzazione dopo un trimestre difficile sui mercati finanziari: l’indice di Tokyo, il Nikkei, chiude stabile in lieve calo. Nonostante l’incremento dell’iva dal 5% all’8%, gli investitori si mantengono fiduciosi in attesa di un ulteriore incremento della già ultraespansiva politica monetaria della Bank of Japan, che “pompa” 60-70 mila miliardi di yen su base annua.

Dati contrastanti, invece, dal mercato yankee: nonostante la Yellen abbia confermato che gli stimoli della Fed dureranno ancora per un po’, la Borsa Americana conclude la settimana in rosso, con il Nasdaq che perde addirittura il 2.70%. Forti vendite su tutti i maggiori titoli del biotech e dell’high tech: su tutti Google, che dopo lo “sdoppiamento” azionario degli scorsi giorni, perde il 4.64%, seguito da Facebook (-4.61%) e da Yahoo (-4.19%). Un netto stop alla cavalcata del Toro di Wall Street che proprio in settimana aveva visto lo Standard&Poor salire ai massimi storici. Un brusco alt che arriva nel giorno in cui nel dipartimento del lavoro americano ha comunicato dati macroeconomici sotto le attese ma comunque in rialzo rispetto ai mesi scorsi per quanto riguarda la creazione di lavoro negli States, un segnale incoraggiante per l’economia reale. Ma, inutile dirlo, il treno della finanza corre su ben altri binari.