Con la “storica” seconda elezione di Giorgio Napolitano al Quirinale si è tentati da maliziosi pensieri: che i dieci saggi e le loro proposte siano stati dal Presidente uscente predisposti per quello che in fondo già si prevedeva (allestiva?) sarebbe stato il suo “governo”? Malizia a parte quel che vi è di certo è l’ennesima dimostrazione del fallito partitismo e della (ossimoro obbligatorio)  oligarchica democrazia, che ancora una volta vuole trainare l’Italia verso un governo “tecnico”, con le piacevoli sorprese che da questo possono fuoriuscire.

Ma si vedano le proposte che più interessa hanno prodotto gli – per loro stessa ammissione- inutili saggi: le riforme economiche. Tra queste ovviamente i temi più “scottanti”: il pagamento dei debiti commerciali della pubblica amministrazione; un aumento del credito da erogare a piccole e medie imprese; fondi da destinare a individui e famiglie in grave difficoltà; credito per la ricerca; nuove misure a sostegno del turismo e del patrimonio artistico e culturale; ma anche interventi nel campo dell’istruzione e della green economy. Insomma, un sogno. Ma è risaputo, si sogna soltanto quando si dorme. Ed è proprio quello che i nostri governanti sperano faccia l’intera popolazione italiana, come d’altra parte finora ha fatto.

Questi provvedimenti riescono nell’incredibile impresa di essere tanto quelli di cui più si abbisogna quanto quelli più improbabilmente realizzabili. Perché? Ma perché ancora una volta ci scordiamo della padrona Europa – inutile dire in particolare il “Kaiser” Merkel – che hanno scambiato il nostro amato “stivale” per un cane irrequieto, eppure tanto docile da accettare non solo la catena – dal corto gioco – ma anche la museruola. Ovvero? Il Fiscal Compact!

Trattasi di un trattato sulla stabilità, un patto di bilancio europeo, approvato nel marzo dello scorso anno da 25 dei 27 Paesi dell’Unione Europea. Il patto contiene tutta una serie di regole vincolanti nella Ue per il principio dell’equilibrio di bilancio. Anche questo, come il più antico Patto di Stabilità, guarda a quelli che sono i più volte citati valori del Trattato di Maastricht. Ora, se normalmente le decisioni riguardanti tasse e spesa pubblica, la politica fiscale insomma, spettano alle sovranità nazionali, ad oggi questo risulta probabilmente utopico. La cara, buon vecchia Germania infatti spinse, nel 2010, tutti gli altri Stati membri dell’Ue ad inasprire le regole circa il raggiungimento del pareggio di bilancio.

Per il presidente della Commissione Ue Josè Barroso, il fiscal compact “ristabilirà la stabilità e la fiducia nella zona Euro”. Sapete in verità cosa significa Fiscal Compact? Un’austerità (austerity per i più raffinati) imposta, di certo non di aiuto all’assodata recessione. Inasprire le regole sul raggiungimento del pareggio di bilancio significa un’applicazione rigorosa del requisito deficit/Pil al 3%. Infatti pareggio o surplus, in termini operativi, vuol dire  un deficit “strutturale” non superiore allo 0,5%. Ma perché questa ossessione per il pareggio di bilancio tutto a un tratto?

Se si volesse prendere l’esempio della Grecia, questa non è mai stata in regola con i parametri di Maastricht, ma se è per questo a “sgarrare” è stata anche la stessa virtuosissima Germania, con valori che superavano il famigerato 3% in diversi anni, dal 2002 al 2005 tanto per dire, come pure nel 2009 e 2010. Ci si chiederà allora perché proprio questa a spingere sull’acceleratore del fiscal compact.  La spiegazione è abbastanza agghiacciante.

In tempi di crisi la prima cosa a crollare sono i redditi e il sistema si trova in eccesso di offerta (tanti cercano lavoro, pochi lo trovano e per tenerselo sono disposti ad accettare stipendi più bassi). Proseguendo, se i redditi sono crollati, la ripresa non può certo basarsi su consumi e tantomeno investimenti; può allora venire o dall’intervento pubblico (la spesa a deficit) o, dalle esportazioni. Ovviamente se regole fiscali impongono – vedi fiscal compact- un taglio alla spesa pubblica, l’unica forma di domanda autonoma alla quale si può far richiesta è quella estera, il che vuol dire esportazioni.

Anche qui, esportare significa competere con gli altri Paesi, e come essere più competitivi? O ricorrendo ad una svalutazione esterna, ossia della valuta, e quindi non possibile con una moneta a cambio fisso (l’euro), o ricorrendo alla svalutazione interna, ossia le retribuzioni. Traducendo rapidamente, vincerà la gara il Paese che, per abbassare i prezzi (ossia per renderli più competitivi), farà meno sacrifici nel ridurre i salari, aumentare la precarizzazione e la sottoccupazione. E chi ha vinto? La Germania, e semplicemente perché poteva partire da un reddito pro-capite maggiore rispetto agli altri Paesi a parità di potere d’acquisto. Loro si rendono più competitivi perché esportano, e non importa se a rimetterci sono i lavoratori tedeschi, perché a questi si racconta che la loro situazione è colpa dei Paesi come l’Italia che non pagano i debiti. Però la loro genialità non è molto elastica. Si sono resi competitivi massacrando la nostra come altre Nazioni, appoggiando quindi la loro domanda su chi non ha più soldi per comprare.

Queste sono le politiche europee, e tedesche in particolare, questo è il Fiscal Compact. Pareggio di bilancio a tutti i costi e poche illusioni. Di qualsiasi natura sarà il nostro governo, le sue possibilità saranno esigue. In barba alla nostra da tempo perduta sovranità nazionale, tutto passa prima per l’Europa, quella stessa Europa che ci spinge slealmente a tagliare salari e posti di lavoro, cancellare risparmio e consumi, disperare individui e famiglie. La svendita della nostra Nazione è cominciata da tempo, chi offre di più?