Il caso della Lucchini di Piombino aggiunge un altro capitolo a quel processo di deindustrializzazione che, in maniera costante, ha caratterizzato il blocco capitalistico occidentale, Italia inclusa, in maniera particolarmente drammatica dal 2008. Le difficoltà dell’Ilva di Taranto, il definitivo allontanamento di Fiat dalla realtà socioeconomica nazionale sanciscono definitivamente che si sta concludendo l’era dell’impianto industriale fordista, caratterizzato da ingenti masse di forza-lavoro e dalla produzione in massa di merci. Questo processo che ha lentamente mutato le strutture produttive internazionali è stato innescato, circa un quarantennio fa, da una crisi di sovrapproduzione capitalistica dovuta all’eccessiva crescita economica nel ventennio successivo alla fine della seconda guerra mondiale. La realtà produttiva italiana ha fatto i conti, soprattutto negli ultimi anni, con la scomparsa di una parte consistente di quelle imprese che rendevano il tessuto industriale nazionale fortemente competitivo a livello internazionale.

Le delocalizzazioni verso realtà geografiche più convenienti, continui fenomeni di accentramento hanno ridotto nettamente le capacità del settore manifatturiero: tanto al Nord, quanto al Mezzogiorno, dove la desertificazione industriale ha ormai fortemente ridimensionato anche le poche realtà produttive presenti. Tuttavia, sarebbe errato pensare che il recente collasso economico abbia azzerato totalmente la capacità produttiva italiana. Ogni crisi di sovrapproduzione capitalistica è seguita da una necessaria ristrutturazione che riorganizzi il sistema economico affinché la società possa tornare a funzionare. Assodato che la grande industria abbia ormai fatto il suo tempo (e basta la realtà quotidiana ad assicurarci di ciò), è possibile concludere che il ruolo di asse portante della struttura produttiva nazionale è ormai stato occupato da quelle imprese che, in uno studio di qualche anno fa, sono state definite “multinazionali tascabili”. Si parla, cioè, di medie aziende che non presentano più le grandi proporzioni di quelli che erano gli impianti industriali fordisti (come, ad esempio, lo stabilimento Mirafiori a Torino, oggi ormai in disuso), sia dal punto di vista fisico che da quello della forza-lavoro impiegata, e che soprattutto non operano nel settore della produzione di beni di massa (compito attualmente assegnato alle realtà orientali e sudamericane in via di sviluppo, come la Cina), ma che hanno saputo attuare una fusione tra l’avanguardia del settore manifatturiero e quella del terziario, sviluppando la produzione attraverso livelli tecnologici molto alti.

Queste aziende, fortemente radicate al territorio di provenienza ma ormai in grado di competere in maniera egemone sul mercato internazionale, hanno cominciato ad imporsi proprio nel passaggio critico tra gli anni Sessanta e Settanta, periodo in cui gli assi portanti della produzione nazionale (il settore automobilistico e quello siderurgico) entrarono in difficoltà proprio in virtù della crisi di sovrapproduzione di cui si è parlato. Ciò detto, tuttavia, è facilmente constatabile che queste realtà economiche hanno anche sconvolto geograficamente la tradizione italiana del settore manifatturiero. Se, infatti, la grande industria italiana si è collocata, storicamente, nel triangolo industriale tra Genova, Milano e Torino; se la patria delle piccole imprese, che hanno caratterizzato l’economia italiana tra gli anni Ottanta e i primi anni del Duemila, è stata il Nord-Est; queste nuove “multinazionali tascabili” si sono sviluppate in tre poli geografici ben definiti, e precisamente in Piemonte, in Lombardia ed in Emilia Romagna.

E’ inoltre interessante notare che l’avvenuta riorganizzazione non ha certamente indebolito, ma soltanto ridimensionato, i fattori attraverso i quali si esprimeva in passato lo sfruttamento del Mezzogiorno a vantaggio del sistema capitalistico settentrionale. Se la grande industria ha potuto svilupparsi, nel secondo dopoguerra, soltanto grazie alla manodopera a basso costo proveniente maggiormente dal Sud Italia, oggi è, ad esempio, attraverso il sistema universitario che la sperequazione è portata a compimento. Visto l’alto tasso tecnologico necessario ad una competitività internazionale sempre maggiore, le “multinazionali tascabili” sono costantemente in rapporto con gli atenei dei territori in cui sono insediate (e soprattutto con le facoltà di natura scientifica); il fatto che sia stata (ed è ancora oggi) privilegiata dallo Stato la rete universitaria settentrionale, rende facile capire quanto ancora i rapporti di forza costringano il Mezzogiorno nella realtà del sottosviluppo.