di R. C.

“Oggi vincono la resistenza e la dignità del popolo palestinese”

– Ismail Radwan, portavoce di Hamas, 14 maggio 2012

Dal 17 aprile 2012, 1600 detenuti palestinesi hanno dichiarato uno sciopero della fame. Alcuni di loro avevano cominciato da marzo, altri hanno abbracciato la protesta (e quindi la fame) recentemente. Come sempre accade, la notizia è passata inosservata nei canali mainstream. Oggi però questi prigionieri politici detenuti nelle carceri israeliane meritano riconoscenza e rispetto, ma soprattutto meritano una copertura mediatica. Dopo più di un mese di digiuno, ignorato dalle grandi testate internazionali, ma appoggiato da tutte le forze politiche amiche della Palestina, i deboli prigionieri hanno raggiunto un accordo con Israele.

Da metà aprile, infatti, i prigionieri avevano richiesto delle migliori condizioni di detenzione nelle oubliettes israeliane; condizioni ritenute “molto difficili” da organi come Amnesty International. Costrizione di prigionieri legati ai letti con catene, immobilità coatta e forzata, repressione metodica, isolamenti, torture, sono alcune delle pratiche criticate da innumerevoli gruppi umanitari come l’International Solidarity Movement di cui facevano parte Vittorio Arrigoni e Rachel Corrie.

Le pessime condizioni umanitarie però non erano l’unico movente di questo digiuno collettivo. “Gli affamati” chiedevano anche la fine dell’isolamento di diciannove prigionieri, e l’abolizione del divieto di visita per i familiari provenienti da Gaza (divieto imposto dopo la cattura del soldato Gilad Shalit), ma soprattutto l’abbandono da parte d’Israele di una pratica molto diffusa e utilizzata, “l’arresto amministrativo”, con cui le autorità militari israeliane possono imprigionare “preventivamente” i palestinesi della Cisgiordania per un periodo di sei mesi rinnovabili: pratica degna delle più superbe dittature. Questo metodo “amministrativo”, vero e proprio abuso del concetto della “ragion di stato”, ha dato i suoi frutti: oggi sono quasi 400 i carcerati per via “amministrativa”, tutti imprigionati senza alcun processo legale.

Questa lotta pacifica promossa da uomini stremati ha avuto successo, e le autorità israeliane hanno deciso, anche grazie alla mediazione dell’Egitto, di terminare l’isolamento dei diciannove isolati e di abolire il divieto di visite familiari. Israele ha poi promesso migliori condizioni di prigionia, ma per quanto riguarda la detenzione amministrativa, non se ne parla. Questo potere è troppo forte, troppo prezioso da abbandonare. Israele quindi continuerà a imprigionare chiunque abbia il coraggio e la volontà di opporsi alla colonizzazione (illegale) israeliana di Gerusalemme Est, o alle rappresaglie sanguinose sulla striscia di Gaza. In poche parole, chiunque si oppone all’arroganza di un sistema.