di R. C.

Tutta l’ipocrisia racchiusa intorno alla rivoluzione siriana, tutti i falsi discorsi, tutte le finte buone intenzioni e promesse di plastica, non si possono capire a pieno senza aver studiato e analizzato il caso del Bahrein, quella piccola isola situata al largo delle coste del Qatar e dell’Arabia Saudita.

Il Bahrein oggi è ancora governato dal monarca Hamad bin Isa Al Khalifa, ma fu scosso nel febbraio 2011, da un gigantesco movimento di proteste (il più grande della storia dell’isola) conosciuto come “la rivoluzione della perla” (il Bahrein è un noto produttore di perle, e la piazza principale della capitale Manama s’intitola Pearl Square).

Dopo l’immolazione del fruttivendolo tunisino Mohammed Bouazizi, la maggioranza sciita del Bahrein (quasi 75% della popolazione) organizzò le proprie “giornate della collera” chiedendo la cacciata dei reali sunniti e l’istituzione di un governo che riflettesse una maggioranza popolare sciita da troppo tempo assente dalle sfere di potere. E così, il 14 febbraio 30.000 persone si radunano a Pearl Square per dimostrare il loro dissenso. Come da copione, la situazione si scalda e la polizia carica i manifestanti. Qualcosa però va storto. Un ragazzo di 21 anni, Ali Abdulhadi Mashaima, resta ucciso dalle forze di polizia. Si scoprirà in seguito che la polizia bahreinita sparò pallini da caccia (tipicamente usati per la caccia al voltatile).

Al funerale del ragazzo, partecipano 50.000 persone, e alle manifestazioni successive la gente scende sempre più numerosa. Il 22 febbraio, una settimana dopo le prime dimostrazioni, sono in 150.000 a manifestare. Il 25 febbraio, il numero raddoppia. Quasi il 40% della popolazione dell’isola si decide a mostrare il proprio disappunto con il governo del monarca. Il regime perde rapidamente il controllo della situazione: dopo qualche segnale di apertura (come nel caso siriano) capisce che la sorte del governo è in bilico. La repressione si scatena, in una settimana un’ottantina di civili perdono la vita per colpa dei pallini da caccia o più semplicemente a causa delle troppe bastonate. In un Paese di un milione e 200.000 anime, ottanta vittime è un numero altissimo: in Italia sarebbero circa 4.000 morti…

A questo punto, come da copione, dovrebbero intervenire i paladini della democrazia e della libertà, che sfoderando sedicenti diritti d’intervento e ancor più sedicenti valori umanisti, dovrebbero metter fine al massacro armando i rivoltosi e ribaltando una volta per tutte la situazione. I “paladini” arrivano, ma si schierano con il regime. Il monarca del Bahrein, parente della famiglia reale del Qatar e quindi legato a doppio filo con le altre monarchie del golfo, chiede aiuto al Consiglio di Cooperazione del Golfo (CCG), e l’Arabia Saudita (benedetta dagli Stati Uniti) invia il 14 marzo una forza militare di 1.500 uomini per sedare la rivolta. Il pretesto è che “l’Iran avrebbe infiltrato la rivolta con cellule combattenti”. La Giordania e il Qatar inviano anche loro sbirri e mercenari. Tutta questa repressione si svolge sotto gli occhi attenti della 5° Flotta da guerra statunitense, ancorata proprio a Manama nel Bahrein. Nessuno può evitare niente. Hillary Clinton lancia un fiacco appello al regime, “augurandosi un cambio di rotta”. In verità, grazie ai sauditi la rivolta muore e gli Stati Uniti non possono che esserne contenti. La 5° flotta resterà al suo posto, puntata contro l’Iran. Il bilancio è chiaro: 93 manifestanti morti, migliaia di feriti, centinaia se non migliaia di casi di torture.

Sul fatto che l’Iran sciita, nemico di sempre delle monarchie sunnite del golfo avesse infiltrato la rivolta non c’è dubbio, ma gli stessi sauditi e americani hanno sin dall’inizio infiltrato le rivolte siriane e libiche. E l’ipocrisia risiede qui: si invoca un intervento di giustizia in Siria (come lo si è invocato in Libia), ma per il Bahrein si chiude un occhio, si creano fantasmi. La giustizia non è, e sopratutto non può andare a senso unico.

E cosa ci insegnano i fantasmi del Bahrein? Ci insegnano che quando noi occidentali chiediamo più democrazia in Siria, chiudiamo gli occhi per altri Paesi. Ci insegnano che alleati come Arabia Saudita e Qatar valgono molto di più delle vite bahreinite. Ci aprono gli occhi su questo mondo moderno, intreccio di paroloni svuotati di ogni senso, illusioni politiche rivoltanti, isterismi adolescenziali biechi e ciechi.