Mentre il Medio Oriente rischia di collassare sotto i colpi delle bande armate dello Stato Islamico, al Cairo si cerca una soluzione per Gaza. Circa cinquanta tra capi di stato e ministri degli esteri di mezzo mondo, tra cui il segretario di stato americano John Kerry e il segretario dell’ONU Ban Ki Moon, hanno partecipato alla conferenza dei Paesi Donatori, con lo scopo di raccogliere il denaro necessario alla ricostruzione della Striscia di Gaza devastata dai bombardamenti israeliani della scorsa estate. Nonostante il forte carattere simbolico dell’incontro, co-presieduto dal ministro degli esteri italiano, nonché lady PESC, Federica Mogherini, la conferenza del Cairo rischia di rivelarsi l’ennesimo buco nell’acqua. Nonostante la cifra promessa si aggiri attorno ai 5,4 miliardi di dollari, rimangono ancora diversi interrogativi aperti e numerosi punti oscuri. Il donatore più volenteroso è stato il Qatar che, con un atteggiamento non certo disinteressato o armato da propositi umanitari, ha stanziato da solo un miliardo di dollari. Seguono Unione Europea con mezzo milione e Stati Uniti, fermi a quota 212 milioni, pochi se si considera che questi ultimi forniscono ad Israele la cifra record di 3 miliardi di dollari all’anno solo in aiuti militari. Il denaro non verrà consegnato al governo di Gaza, ma verrà fatto transitare tramite l’ANP di Abu Mazen, alimentando sospetti e preoccupazione per la trasparenza di quest’operazione.

Sarebbe stato molto più facile, e logico (?), far arrivare la già magra cifra direttamente a Gaza; solo chi amministra la Striscia sa infatti come e dove intervenire e quali siano le priorità, ma tutto questo non è possibile, dal momento che Hamas è inserita nella lista delle organizzazioni terroristiche sia da Stati Uniti che da Unione Europea. Ad Occidente le iniziali resistenze per finanziamenti più esosi, sono state giustificate con la continua instabilità dell’area; la stessa Mogherini ha avvertito della possibilità dello scoppio di nuove ostilità con Israele, seguendo a ruota quanto già detto dal segretario delle Nazioni Unite che ha avvertito i presenti affermando che Gaza è ancora una “polveriera”. Un approccio cauto, che potrebbe funzionare come efficace mezzo di ricatto nei confronti delle parti palestinesi. Altro denaro arriverà solo se e quando ci sarà la tanto agognata svolta politica. Una posizione che trova le sue ragioni in quanto dichiarato da diversi diplomatici europei: “con che coraggio torneremo a chiedere denaro ai contribuenti per finanziare Gaza senza che nulla cambi”? Peccato che la cosiddetta svolta politica sia in realtà ciò che Israele auspica: l’ uscita di scena di Hamas e l’indebolimento della leadership palestinese. Se si parla di svolta politica, quella vera, per i palestinesi già c’è stata ed è stata una delle cause che hanno portato Israele ad attaccare Gaza e farla sprofondare nella situazione dove è oggi con 100mila sfollati, 20 mila case distrutte e più di 2000 morti da piangere.

L’accordo per un governo di unità nazionale Hamas-Fatah è la vera svolta per i palestinesi se non vogliono rischiare di scomparire definitivamente dalle cartine geografiche. Un accordo che è tutt’ora in via di definizione ma che comunque non è stato accantonato da nessuna delle due parti, come dimostrato dalla storica visita del premier Hamdallah , portando lo stesso a dichiarare che: “non ci sarà un progetto di una nazione palestinese senza Gaza. La divisione si è conclusa per sempre”. Stati Uniti e Unione Europea, nonostante le donazioni, non faranno mai il passo decisivo per trovare una soluzione al vero problema della Striscia e, non è certo con la riproposizione all’infinito del pacco della soluzione due popoli due stati che si troverà una soluzione . Ma non è nemmeno con il denaro che Gaza tornerà a respirare. L’unico passo in avanti si farà quando sarà definitivamente revocato il blocco che vige sulla Striscia dal 2006, e che ha costretto più di un milione e mezzo di essere umani ad una non vita. Il passo in avanti i palestinesi lo hanno fatto, Hamas è di fatto marginalizzata o quanto meno inserita all’interno di un ampio gioco politico-istituzionale che volente o nolente dovrà rispettare, ora la palla passa ai “donatori volenterosi” del Cairo, ma difficilmente questi ultimi segneranno la svolta per questa infinita partita.