L’11 Settembre verrà sempre ricordato come il giorno in cui vennero perpetrati gli attentati terroristici contro le Torri Gemelle di New York, simbolo del potere economico, e contro il Pentagono, emblema invece del potere politico. Verrà ricordato come il giorno in cui gli statunitensi persero la propria vulnerabilità, ma soprattutto come il preludio di quella che diventerà nota come la Guerra al terrorismo, la quale permetterà agli americani di intervenire in varie parti del globo con il pretesto di restaurare la democrazia (vedi Afghanistan, Iraq, Libano). Tuttavia in Catalunya, una delle 17 Comunità Autonome della Spagna, il ricordo dell’11/09 passa in secondo piano e viene spodestato da un’altra ricorrenza, risalente addirittura al 1714, quando Barcellona, dopo un logorante assedio durato 14 mesi che in qualche maniera conclude la guerra di Successione Spagnola (1701-1714), cadde sotto il controllo delle truppe borboniche di Filippo V di Spagna, che instaurò una dura occupazione militare. Si tratta della Diada Nacional de Catalunya, da sempre emblema del mondo catalano, i cui venti indipendentisti e secessionisti hanno ricominciato a soffiare più forti che mai in risposta all’abdicazione del Re Juan Carlos di Borbone, il cui gesto di passare la corona al figlio Felipe ha scosso l’intera penisola iberica.

Nel 2013, una catena umana lunga 400 kilometri formata da migliaia di catalani si unì simbolicamente per chiedere un referendum sull’indipendenza dalla Spagna nel giorno della loro festa nazionale, prendendo spunto da ciò che fecero estoni, lettoni e lituani durante la Catena Baltica del 23 Agosto 1989, quando i tre Paesi si riunirono pacificamente sotto un’unica bandiera per chiedere l’indipendenza dall’Unione Sovietica, ormai alle soglie dell’implosione e del collasso.

Nella giornata di ieri però, la Spagna ha assistito ad un nuova catena umana di 123 kilometri, verificatasi tra le città di Durango e Pamplona, nel cuore di questi Paesi Baschi da sempre in prima linea per difendere le proprie idee autonomiste ed indipendentiste, sia tramite il braccio armato dell’ETA (smobilitata nel 2011) che quello politico dei vari partiti, tra cui il Partito Nazionalista Basco, che ha sponsorizzato questa manifestazione. Nonostante le angherie subite sotto il franchismo, dove tra le tante altre cose era proibito parlare l’euskara, la lingua basca, una delle più complesse ma anche più misteriose al mondo, questo popolo non si è mai dato per vinto ed ora, in uno dei momenti più significativi della recente storia della nazione, si batte affinché venga riconosciuto il diritto di decidere il proprio futuro come popolo e dare voce ai cittadini. All’evento, organizzato dalla fondazione Gure Esku Dago (il destino è nelle nostre mani), hanno partecipato sia politici catalani, come Joan Tarda, membro di Esquerra Republicana de Catalunya, partito che sostiene l’indipendenza della comunità e il ritorno alla Repubblica, che baschi, come Joseba Egibar, il senatore Iñaki Anasagasti e il rappresentante della Diputación Foral de Guipúzcoa Markel Olano.

Secondo un sondaggio indetto dal quotidiano El Pais, il 62% dei votanti crede che ad un certo punto ‘si dovrà scegliere la forma di Stato’ (il 74% dei giovani tra 18 e 34 anni sarebbe favorevole al voto); a Madrid, a Piazza Puerta del Sol, più di 20 mila persone sono scese in piazza sventolando la bandiera rossa, giallo e viola della Seconda repubblica spagnola, utilizzata durante la guerra antifranchista.

Le ultime elezioni europee non hanno soltanto decretato il calo dei due partiti principali (il Partido Popular del premier Mariano Rajoy e il PSOE di Alfredo Rubacalba), ma hanno visto l’affermarsi di nuove forze politiche, come la formazione antisistema Podemos di Pablo Iglesias, la coalizione Izquierda Plural, che unisce al suo interno Izquierda Unida, i Verdi e Construyendo la Izquierda-Alternativa Socialista più un gran numero di partiti di sinistra autonomisti come quello catalano e gallego, fino ad arrivare alla coalizione Esquerra pel Dret a Decidir (EPDD), interamente formata da forze catalane. In sostanza, circa il 26% dell’elettorato spagnolo ha votato a favore di una sinistra repubblicana, anticapitalista ed ecologista. Si va verso la Terza Repubblica? E’ ancora presto per dirlo, Felipe si ritroverà di fronte ad una scelta alquanto ardua e si dovrà districare tra le riforme e le autonomie, ma la cosa certa è che sulla penisola iberica, dall’Euskal Herria alla Catalunya, stanno iniziando a tirare brezze di autonomia, raffiche di indipendentismo, ma soprattutto venti di cambiamento.