“Vogliamo dire che siamo disposti a tutto. Esaltiamo gli episodi di giovani morti col sorriso sulle labbra, o come quello del giovane che prima di morire scrisse con il proprio sangue «Viva Fidel», per consolidare l’atmosfera eroica e di vigilanza. Dev’essere chiaro che anche se l’invasore occupasse Cuba, egli sarebbe l’unico sconfitto e Cuba per l’imperialismo rimarrebbe come una portaerei avariata. Una lunga guerra potrà fiaccare la nostra resistenza ma non vincerci. Non ci sarà mai pace. Non ci prenderanno vivi e noi non faremo prigionieri. È bene che Kennedy e gli americani lo sappiano. E parliamo tanto della morte per dimostrare che nessuno di noi la teme.”

Quando si parla di Cuba non si possono non considerare queste parole rilasciate da Raul Castro, attuale presidente, in un’intervista del 15 Maggio 1961. Vittorio Vidali, che visitò Cuba proprio quell’anno, rimase sconcertato da quanto la vita non valesse nulla. Si viveva con la paura che gli americani sarebbero sbarcati da un momento all’altro, e non si aveva neanche la certezza che ciò sarebbe accaduto. Ma tutta la popolazione era pronta a brandire le armi per difendere la propria patria, consapevole di ciò che avrebbe dovuto fare e della strategia che avrebbe dovuto seguire, quella della guerra di guerriglia architettata da Ernesto Che Guevara. Tutti i Cubani erano pronti a morire per l’indipendenza di Cuba. Una morte eroica, col sorriso, necessaria. Patria o muerte, venceremos! E così era veramente: patria o morte. Non si pensava neanche minimamente di tornare a vivere sotto un governo come quello di Batista: ingiusto, corrotto, immorale. Piuttosto la morte.Dopo cinquantacinque anni dalla vittoria dei barbados la storia gli ha dato ragione: hanno vinto. E ciò è inequivocabile. Cuba è libera e indipendente, può scegliere da sola il percorso da intraprendere senza che mafiosi e imprenditori americani si riempiano le tasche col lavoro dei cubani.Ma come sta Cuba dopo cinquantacinque anni di governo castrista? Di Cuba si parla molto poco, perché hanno capito che è meglio non parlarne piuttosto che screditarla quotidianamente.

Dal punto di vista politico Cuba viene considerata una dittatura. Il sistema elettorale Cubano si basa su elezioni dove non si presentano partiti ma persone, votate da chiunque abbia più di sedici anni con voto segreto. I candidati vengono scelti da piccole assemblee di quartiere, dove chiunque può proporre un candidato, anche se stesso. Così si decidono le persone che compongono l’Assemblea Nazionale del Potere Popolare, che a sua volta, ogni cinque anni, elegge il presidente. Fidèl Castro, in tutti i suoi anni di governo, è sempre stato eletto democraticamente dall’assemblea, l’equivalente del nostro parlamento. Definire Cuba una dittatura è quindi impensabile: i candidati vengono scelti da assemblee locali, e questa è senz’altro una forma di democrazia molto più “pura” della nostra, essendo la democrazia il governo del popolo. Certo rimane il paletto imposto dalla presenza di un unico partito, quello comunista, che dichiara illegale gli altri più moderati (socialdemocratico e democristiano), anche se ciò non vieta a persone che esprimono una visione di governo diversa di candidarsi.

Economicamente parlando c’è da fare una grossa premessa: con il realizzarsi della rivoluzione i rapporti con gli Stati Uniti esplosero drasticamente. Prima il 73% delle esportazioni era verso gli USA, che importavano anche il 70% del totale delle importazioni di Cuba. È comprensibile che azzerare questi valori ha portato ad una situazione non certo prospera. Contro Cuba inoltre c’è un embargo, che non le permette di svilupparsi come potrebbe. Nonostante tutto questo il PIL di Cuba cresce costantemente e la disoccupazione è a livelli minimi. Tiene rapporti commerciali con i paesi dell’ALBA (Alleanza bolivariana per le Americhe) e guarda con molto interesse ai colossi anti-statunitensi quali Russia e Cina. Inoltre di recente è stata approvata una legge che apre a finanziatori stranieri per permettere a Cuba di accedere a “tecnologie e nuovi mercati, così come di inserire prodotti e servizi cubani in catene internazionali di valore e generare altri effetti positivi verso la sua industria domestica, contribuendo in questa maniera alla crescita della nazione […] sulla base della protezione e dell’utilizzo razionale delle risorse umane e naturali e del rispetto della sovranità e dell’indipendenza nazionale.”Ciò rimarca il carattere moderno del Socialismo Cubano, che, non riuscendo a sopravvivere autarchicamente, integra senza problemi forme di mercato all’economia centralizzata.

Istruzione e sanità sono i cardini di Cuba. Avvenuta la rivoluzione si diffusero le brigate alfabetizzatrici: gruppi di persone che insegnavano gratuitamente a leggere e a scrivere, a patto che l’allievo poi lo avrebbe a sua volta insegnato ad altre dieci persone. È bene fornire qualche dato che rimarca la differenza tra il 1958 e il 1972, ossia il risultato dei primi quattordici anni di governo rivoluzionario: iscritti alla scuola elementare da 800˙000 a 1˙850˙000, iscritti alla scuola media da 63˙526 a 201˙810, iscritti alle scuole tecniche da 15˙586 a 31˙023, iscritti all’università da 25˙514 a 30˙386, personale docente (escluse le università) da 21˙973 a 116˙697, borse di studio da 75˙023 a 386˙148. Oggi il tasso di alfabetizzazione è del 99,8% e del 100% quello giovanile, il sistema scolastico cubano è stato elogiato recentemente dall’UNESCO per il suo indice di sviluppo EFA (Education For All) molto elevato e la spesa per l’istruzione è pari al 12% del PIL (la media europea è del 5,4%). Dal punto di vista della sanità Cuba è sicuramente uno degli stati migliori al mondo. La mortalità infantile è dello 0,43%, la spesa pubblica per la sanità corrisponde al 10% del PIL (Italia 7% nel 2012, in calo) ed è completamente gratuita. Inoltre i medici cubani sono trai più rinomati al mondo. Recentemente Cuba ha inviato 165 medici in Sierra Leone (oltre ai 23 già presenti) per combattere l’ebola, al contrario dei nostri politicanti che piagnucolano senza fare nulla.

Volendo fare un bilancio generale, Cuba si presenta come uno stato che dal 1959 ha puntato tantissimo su sanità e istruzione per porre le basi per salvaguardare la vita e la dignità della propria gente. Non è definibile dittatura ma è inequivocabile che sia troppo severa e rigida con il proprio popolo. Ciò è tristemente necessario per salvaguardare le conquiste della rivoluzione poiché la situazione politica potrebbe altresì destabilizzarsi da un momento all’altro. Comunque ha un ordinamento democratico che, seppur con qualche lacuna, per molti aspetti è più democratico del nostro. È uno stato Socialista, che non rifiuta interventi stranieri e commerci con altri paesi per il bene della propria gente e del proprio sviluppo, purché non vadano ad intaccare la propria indipendenza e la propria sovranità (Cuba oltretutto ha una banca centrale statale che stampa la propria moneta). In politica estera si è sempre schierata contro l’eterno nemico Statunitense, e si presenta oggi come il fulcro del processo rivoluzionario bolivariano del Sud America volto a trasformare l’intero continente in indipendente, socialista e anti-imperialista, affinché salvaguardi i diritti delle persone e dell’ambiente. Progredirebbe sicuramente meglio se si togliesse quell’inutile e insensato embargo che si sperava le rendesse la vita difficile. E così è stato, per carità, ma il popolo cubano ha continuato imperterrito per la propria strada, ormai intriso in tutti i suoi strati dagli ideali patriottici e socialisti che permisero, cinquantacinque anni fa, la cacciata di Batista e l’instaurazione di un governo che fa gli interessi del popolo e non della mafia e dei grandi industriali stranieri.Del resto il popolo Cubano è un popolo forte: o la patria o la morte, così è stato e così sarà.