“L’Italia – e non solo l’Italia del Palazzo e del potere – è un Paese ridicolo e sinistro: i suoi potenti sono delle maschere comiche, vagamente imbrattate di sangue: «contaminazioni» tra Molière e il Grand Guignol. Ma i cittadini italiani non sono da meno. Li ho visti, li ho visti in folla a Ferragosto. Erano l’immagine della frenesia più insolente. Ponevano un tale impegno nel divertirsi a tutti i costi, che parevano in uno stato di «raptus»: era difficile non considerarli spregevoli o comunque colpevolmente incoscienti.” Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane.

Una settimana folle, quella che ha attraversato l’Italia, eppure, allo stesso tempo, una settimana che non stupisce, che prima o poi sarebbe dovuta arrivare, una settimana che apre un nuovo paradigma sullo sfondo politico e sociale italiano, e ci allinea al coro dei popoli europei. E’ successo in Grecia e in Spagna, e tra manifestazioni, cortei, esaltati, tra colpi di manganello, tenute antisommossa e repressioni, è arrivato anche il nostro turno. Certo il tutto si aperto sull’onda di chi ha applaudito il fumettistico confronto televisivo delle primarie del Pd, o nel silenzio più totale sul caso Bilderberg, e si è concluso con l’ipocrita voce della stampa italiana sui bombardamenti a Gaza, con l’omertà della nostra politica internazionale di fronte allo scempio che sta commettendo Israele ( speriamo almeno che il Governo e il dicastero degli esteri quando tratteranno il tema non si mettano in testa di rappresentare l’opinione del popolo italiano: che almeno stavolta ci lascino del tutto fuori dalla democrazia, e non solo a metà).

Tuttavia l’austerity non poteva rimanere a lungo impunita. Anche gli italiani sopportano, ma sino a un certo punto. I dati, infatti, smentiscono tutte le possibili scintille, barlumi, luci o supernove in fondo al tunnel: disoccupazione al 10,8% , disoccupazione giovanile al 35%, aumento dell’Iva al 22% (aumento che il governo aveva scongiurato) e relativo calo di consumi, di investimenti e di esportazioni (qui per approfondimento). Un Paese in queste condizioni, in piena recessione, per quanto i tecnici possano dirne, non ha le credenziale per ambire alla crescita e, manovra dopo manovra, siamo sempre al polo opposto delle previsioni.

Detto ciò l’Italia di questa settimana sembra essersi svegliata, è scesa in Piazza, da Nord a Sud, persino davanti alla Bocconi, culla e simbolo della nuova classe dirigente, per manifestare il proprio dissenso nei confronti delle politiche di austerità. Tuttavia non basta. Siamo arrivati oggi al punto nevralgico di tutta la crisi che si è abbattuta sul mondo moderno, occidentale e capitalista, una crisi che ha smascherato tutte le falle ed i problemi delle nostre pseudo-democrazie, una crisi delle istituzioni (pensiamo all’astensionismo), culturale e identitaria, che ci pone adesso a un bivio, il più importante  dagli anni del dopo guerra e del conflitto Usa-Urss. Siamo nel tempo della scelta, e dobbiamo scegliere se un Paese è libero di autodeterminarsi e di non soccombere alle politiche dell’Europa, di riprendere la propria sovranità e di dichiararsi una vera democrazia, di uscire dal circuito liberalista del capitalismo sfrenato, da tutto questo modello-teatrino tenuto in piedi dalla stampa ufficiale e dalla televisione, dalla finzione democratica della scelta partitica e, infine, da noi.

Da tutti noi, perché non basta manifestare per cambiare, non è sufficiente in Grecia, non lo è in Spagna: i parlamenti non guardano mai verso le piazze. Ai noi giovani è richiesto uno sforzo ancora più impegnativo, quello di rimettere in causa noi stessi e la nostra generazione, la melma berlusconista e post-tangentopoli da cui proveniamo, la società confusionale e priva di punti di riferimento di cui siamo le vittime ed i fautori indiretti.