Dall’incontro di Teano al primo gemito dell’epopea repubblicana, passando tra partigiani e Breccia di Porta Pia del 20 settembre 1870, la storia del nostro Paese è stata caratterizzata in oltre un secolo di trascorso dalle conseguenze delle disposizioni e degli atti noti e privati dei cosiddetti Primari della cosa pubblica, personalità che, indipendentemente dal lignaggio dell’estrazione sociale e dallo status accademico, hanno avuto sin dall’inizio della propria carriera politica l’impareggiabile onere di ossequiare un principio cardine ed incontrovertibile, posto al vertice della sacralità della rappresentanza: il dovere all’onestà, alla trasparenza e soprattutto al bene comune, per tener fede al rispettivo grado di competenza istituzionale e per eludere un’ipotetica eventualità di contravvenzione nei riguardi dell’elettorato.

In 153 anni di Unità italiana però siamo estremamente consapevoli che la succitata retorica a buon mercato sia stata soltanto un’eco strozzato e sbeffeggiato dalle indefinite classi dirigenti che si sono reciprocamente scambiate il testimone nel decorso temporale: non è certo un caso che le crape e i deretani solcanti la soglia e accomodatisi sugli scranni di aule assembleari provinciali, regionali e/o addirittura nazionali siano stati indecifrabili ed iperbolici, lasciati transumare lì soltanto per una ragione, ossia non tanto per considerare gli introiti utili che possano incrementare le buste paga, bensì per essere ligi e zelanti agli ordini della partitocrazia, finanziaria, lobbista e speculativa.

Le eccezioni che confermino le consuetudini sono indubbiamente alla portata, basti pensare ai protagonisti del trasformismo datato 1876 della destra e sinistra storica, quali Marco Minghetti – capo del primo esecutivo nostrano riuscito a raggiungere il pareggio di bilancio – ed Agostino De Pretis, oppure ad encomiabili ed elevatissimi deputati come Giorgio Almirante ed Enrico Berlinguer, capaci di portare a convergere l’etica e la morale verso i Palazzi romani troppo ovattati ed ermeticamente circostanziati nella loro esasperata autoreferenzialità, nonostante l’opinione collettiva li inquadrasse diametralmente agli antipodi per credo e colore politico; peccato però che si tratti soltanto di mosche bianche e che esagitati carrieristi abbiano lasciato strascichi di mala gestione legislativa e governativa. Ultimo in ordine di tempo è Gianfranco Fini, il quale sembra voglia tornare in scena dopo la lancinante e lapidaria bocciatura alle politiche di fine febbraio del 2013, quando si era palesemente colto che il moderatismo liberal-democratico griffato Monti (ma senza un programma economico tale da poter reggere un impianto teorico così consistente e complesso) e l’appeal comunicativo appreso da Berlusconi (trascendendo però nel grottesco: la verve mediatica di Mister B. è ineguagliabile!) fossero la famigerata minestra riscaldata per un popolo che pretendeva e tuttora esige la portata abbondante, possibilmente condita di politiche occupazionali e stabilità di cicli produttivi.

L’ex presidente di FLI gode comunque di un’“ottima” compagnia, tant’è vero che per imperiture legislature abbiamo dovuto contemplare l’incommensurabile “dimestichezza” – adottando un eufemismo – dei vari, giusto per glossarne alcuni, Mastella, Gasparri, Rotondi, De Gregorio, Scilipoti, Razzi, e l’elenco potrebbe andare avanti… In questa palude, clientelismo e parentopoli hanno capeggiato indisturbati, sostanziando per decenni le metastasi dello Stivale, ove ASL, enti e/o partecipate statali sono state matrici d’impiego con la politica assurta al timone di controllo, deturpando il settore della pubblica amministrazione, che ad oggi annovera debiti per cifre orbitali, e scalcinando l’attendibilità di un ecosistema non legittimato ed incostituzionale, capace solo di “guardare alle prossime elezioni”, invece che “alla prossima generazione”. Dopotutto però, in una società civile famelica di ricambio e rimpasti e di un cambiamento invocato a gran voce, trova spazio un pimpante e vispo figuro come Ciriaco De Mita, alla “tenera” età di 86 primavere e alla luce di quaranta primavere impiegate da una poltrona all’altra; abbiamo ancora la forza di indignarci?