di Lorenzo Carta

E’ di ieri un articolo del Corriere della Sera secondo cui il Comune di Milano mirerebbe alla costruzione di due grandi moschee in tempo per l’Expo del 2015. Il dossier sarebbe allo studio di Palazzo Marino.

La prima presso il Palasharp, in via Sant’Elia, costruita su un’area pubblica con finanziamenti privati raccolti dal Caim, il Coordinamento delle associazioni islamiche di Milano. La seconda, invece, sarebbe sostenuta dai consolati di Giordania e Marocco in un’area nei pressi di viale Certosa.

Il quotidiano milanese utilizza il termine “moschea istituzionale” per descrivere quella in accordo con i governi dei due paesi, affermando che non parrebbero esserci particolari ostacoli, a differenza del progetto del Caim, che sta invece creando discordia tra le varie realtà islamiche milanesi che non si sentono rappresentate dal coordinamento.

Il Comune avrebbe imboccato due strade parallele per assicurare a Milano un luogo adeguato per il culto islamico prima dell’apertura dell’Expo e starebbe cercando di pesare gli equilibri in modo da accontentare tutti. [1]

Spazi pubblici in base al merito?

Per quale motivo però a Palazzo Marino sarebbero così propensi a concedere al Caim uno spazio pubblico a discapito di altre associazioni islamiche che avrebbero altrettanto bisogno? Nessuno vuole vietare al Caim di farsi una propria moschea, se lo ritiene necessario, ma concedere loro l’area del Palasharp a discapito di altri, non sarebbe certo una modalità ottimale per “bilanciare gli equilibri”.

Le comunità islamiche milanesi  non appartenenti al Caim sono numerose, alcune anche storiche, dai senegalesi ai marocchini, dalla Casa della Cultura Islamica alla Coreis e hanno già fatto notare al Comune che serve una soluzione inclusiva di tutte le realtà locali, come spiegato al Corriere della Sera da Abdeljabbar Moukrim, dell’associazione Al Qafila: “Non siamo contrari al progetto del Caim, è giusto dare valore a tutte le realtà presenti. Ma se parliamo di un progetto di moschea che deve nascere su suolo pubblico, nessuno può avere il diritto di parlare a nome di tutti i musulmani e il Comune non può intrattenere il dialogo con un solo interlocutore”. [2]

Yalla Italia mette a nudo i rapporti Caim-Fratelli Musulmani

Il Caim è  finito al centro di numerose polemiche nelle ultime settimane per la sua vicinanza all’organizzazione dei Fratelli Musulmani. E’ ormai ben noto come diversi membri del Coordinamento siano stati immortalati in più occasioni a capo di manifestazioni a favore di Mursi.

Inizialmente il direttivo del Caim aveva smentito tale vicinanza tramite il suo coordinatore, Davide Piccardo, il quale aveva dichiarato ai microfoni del TGR di RaiTre:

“….noi non siamo vicini ai Fratelli Musulmani. Il Caim è una realtà che rappresenta una grande eterogeneità, ci sono posizioni molto diverse all’interno. Il Caim non si è mai espresso su vicende che riguardano la politica estera”. [3]

Un articolo[4] del 27 marzo pubblicato su Yalla Italia, un blog delle seconde generazioni,  ha però provveduto a smentirli, pubblicando dettagli sui rapporti tra Caim e Fratellanza,  foto e locandine:

L’attuale responsabile delle Relazioni Interne del CAIM, secondo nome dopo quello di Piccardo è il fondatore del Comitato Libertà e Democrazia per l’Egitto, molto vicino ai Fratelli Musulmani e che ha come sede la stessa del GMI (Giovani Musulmani d’Italia) di Milano, cioè viale Monza, 50”.

E ancora:

Nella locandina della manifestazione del 31 agosto organizzato dal Comitato Libertà e Democrazia potremo trovare i rappresentanti di molte delle associazioni islamiche vicine alla fratellanza, e a questo punto non troviamo più una vicinanza a livello personale come hanno dichiarato, ma in rappresentanza delle associazioni di cui fanno parte”. [5]

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Una nostra precedente inchiesta [6] aveva inoltre documentato la presenza di membri del direttivo Caim alle manifestazioni in favore dei Fratelli Musulmani egiziani.

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Il pezzo di Yalla Italia fa  notare che, se è più che lecito esporsi a livello personale, non lo è più nel momento in cui si ricopre una carica pubblicamente rilevante nell’associazionismo religioso e in particolar modo se si ha a che fare con un contesto così delicato come quello delle comunità islamiche.

 La poca chiarezza del Caim

A questo punto è più che lecito chiedersi per quale motivo il coordinatore del Caim abbia fatto tali dichiarazioni.

La poca chiarezza sull’origine dei fondi è un altro dettaglio non di poco conto, visto che si parla di un progetto di un valore di 10 milioni di euro, come sottolineato anche dall’imam Yahya Pallavicini della Coreis: “non è chiaro né chi finanzierà l’opera né da chi sarà gestita”.

Yassine Baradai, responsabile comunicazione e fundraising del Caim aveva dichiarato al Fatto Quotidiano che tutti i finanziamenti sarebbero arrivati“dall’interno della comunità”. In un pezzo di Repubblica invece Davide Piccardo aveva dichiarato:

I 100 mila fedeli milanesi si tasseranno per contribuire alla realizzazione del progetto. La comunità è pronta a far fronte alle spese e poi abbiamo già fatto una ricognizione per trovare finanziatori privati, in Italia e all’estero”. [7]

Lo scorso 29 gennaio sempre Repubblica aveva pubblicato un pezzo nel quale Piccardo tirava in ballo anche finanziamenti provenienti dal Golfo Persico:

A proposito dei fondi necessari per costruire l’edificio, le parole di Piccardo sono molto chiare: ”Ci muoviamo alla luce del sole, il contribuente italiano non spenderà un centesimo. Abbiamo indicato al Comune quali sono gli imprenditori italiani e le fondazioni straniere del Golfo Persico che metteranno a disposizione i finanziamenti necessari”. [8]

 

I rischi della politicizzazione dell’Islam

La strategia della doppia moschea, una “istituzionale” e l’altra del Caim, ha insomma tutte le carte in regola per scontentare tutti in quanto rischia di creare ulteriori conflitti dividendo ulteriormente i musulmani e portando la politica direttamente all’interno del luogo di culto.

Non sarebbe invece più utile orientarsi verso il progetto iniziale che prevedeva la valorizzazione e la regolarizzazione dei centri islamici già esistenti e funzionanti, come proposto anche dalla Coreis? [9]

L’Islam italiano è già diviso per appartenenza etnica e nazionale, creare ulteriori divisioni di stampo politico non farebbe altro che portare a ulteriori frammentazioni.

Vi è poi il discorso legato al contesto internazionale; il Qatar, principale sponsor della Fratellanza, è isolato dagli altri paesi del Golfo;  i Fratelli Musulmani sono inoltre stati messi al bando in Egitto e sono considerati organizzazione terrorista in Arabia Saudita. A due mesi dalle elezioni egiziane è uscita su al-Arabiya un’inquietante dichiarazione del leader della Fratellanza a Londra, Ibrahim Muni: “non ci sarà ne stabilità e né sicurezza se al-Sisi vincerà le elezioni”.

Un messaggio che non può che destare preoccupazione visto che l’Egitto è ormai da mesi teatro di continui attentati terroristici che hanno colpito politici, civili, membri della sicurezza e turisti. Attentati tra l’altro minacciati subito dopo la deposizione di Mursi, da alcuni leader dei Fratelli Musulmani, tra cui Muhammad El Beltagi e Safwat Hijazi; celebre la frase di quest’ultimo:

Chiunque spruzza Mursi con l’acqua verrà spruzzato col sangue”.  [10] [11]

Milano è da tempo considerata la capitale dell’Islam italiano; un grande centro islamico vicino ai gruppi di Rabaa al-Adawiyya potrebbe catapultare nel capoluogo lombardo realtà politicizzate che nulla hanno a che fare con l’Islam italiano e che rischiano di creare notevoli danni a tutti quei musulmani, una notevole maggioranza, che non si riconosce in tale organizzazione. In aggiunta, se ciò dovesse avvenire attraverso la concessione di spazi pubblici, si tratterebbe di una mossa ancor più azzardata che potrebbe avere serie ripercussioni sul piano politico, sia a livello nazionale che internazionale.