Il rosso e il nero, Le Rouge et le Noir in lingua originale, è un romanzo di Stendhal che affronta su base realistica delle dinamiche di contrapposizione psicologica tra modelli antropologici della società francese postnapoleonica. Il rosso e il nero di Announo,invece,  nuovo talk-show in prima serata della premiata ditta Santoro-Innocenzi, è la dicotomica immagine con la quale il programma  in questione dimostra tutta la sua banalità ed il suo profondissimo conformismo. Schierarsi con i buoni o con i cattivi, con il giusto o con lo sbagliato, con il progresso o con l’oscurantismo, questo sembra l’intento, manco troppo nascosto, con cui i soliti benpensanti semplificano di gran lunga la fenomenologia della dialettica del pensiero. Un pensiero unico, dominante che al massimo può essere contraddetto del tutto ma verso il quale non è permessa alcuna ipotesi di mediazione speculativa: o di qua, o di la.

Il logo Stendhaliano suggerisce realmente una sterilità di fondo che poi viene declinata in studio, un po’ con gli hashtag, un po’ con la semplicistica verve argomentativa degli “ospiti”, si vedano su tutti le presenze di “Fedez” e di “ Er Cicoria” presentati come libertari in materia di droghe leggere. La base argomentativa è stata sino ad oggi sempre finalizzata alla questione degli ascolti, gli argomenti piccolo borghesi l’hanno fatta da padrona: immigrazione, droghe leggere ecc.. affrontati con la stessa banalità argomentativa con la quale uno si aspetterebbe avvenissero delle scelte relazionali durante un programma della De Filippi. Un reality vero e proprio, con i suoi giovani protagonisti per cui si tenta di far tifare il pubblico: le eliminazioni, i finalisti, i vincitori, gli sconfitti, coloro che nell’eterna diatriba sul nulla, hanno la famelica “ultima parola”. Il pubblico da casa “sta con” uno di questi modelli giovanilistici che la Innocenzi tenta di far passare come prototipi universali della meglio o della peggio gioventù, dalla  emancipata dei centri sociali, al giovane liberista in carriera, dall’immigrato, alla nordista di ferro. Un vero e proprio reality show  mascherato da programma d’attualità politica, un format standardizzato applicato al dibattito sull’attualità, con le stesse misure con cui viene adattato solitamente alle hits dell’estate o alle pantomime sui processi di diritto civile in tv. 

Il momento storico, le complicazioni di tipo sociale ed economico che l’epoca a noi contemporanea ci pone dinanzi, il quadro politico sempre più complesso, i superamenti ideologici, le evoluzioni tecnologiche e così via, necessiterebbero di consessi nei quali si avesse chiara la consapevolezza della necessità di nuove sintesi di pensiero che sfuggano alle semplificazioni banalistiche di cui Announo sembra la miglior espressione giornalistica.  Il ridurre tutto al dover prendere parte ad una fazione o all’altra, infatti, è uno dei modi con cui classicamente si sterilizzano le posizioni oppositive reali, di genere dissidente, e portatrici di modelli societari e politici nuovi. Il dibattito viene cristallizzato nella  becera euforia della contrapposizione e vengono spenti gli entusiasmi del pensare ragionato, approfondito, disobbediente. Lo spirito di scissione che si prostra contro il politicamente corretto è assente dal dibattito di Announo, che invece  promuove l’appiattimento delle coscienze nella società di mercato generalizzata a tutte le forme di esistenza, inserendo questo talk show nel lungo elenco di occasioni messe in atto dal pensiero unico per riprodurre se stesso.