“Se lavoriamo insieme, saremo in grado di trasformare le regioni dell’Est in paesaggi fioriti.” 

Così diceva Helmut Kohl, per 16 anni Cancelliere tedesco e principale autore della caduta del muro di Berlino e della riunificazione nazionale. Ricercatore storico ed ex combattente durante la Seconda Guerra Mondiale, prima di entrare in politica nella seconda metà degli anni 40, Kohl si dedicò all’analisi della nascita dei nuovi partiti politici del suo paese dopo il 1945. Dato il momento storico che stava vivendo avrà potuto notare che il dualismo tra Unione Sovietica e Stati Uniti non aveva nulla a che vedere con la storia politica e culturale della Germania e che quindi i partiti che si riconoscevano in questa contrapposizione si sarebbero col tempo completamente staccati dal tessuto sociale tedesco. Se lo notò, non lo tenne però in considerazione. Trasformò invece la CDU, di cui divenne leader, in una quinta colonna americana in terra tedesca e vinse la sua battaglia politica da Cancelliere abbattendo il Muro e inglobando la Germania Orientale nell’ombrello della Nato.

A vent’anni di distanza dalla riunificazione la CDU è sempre al potere, ma non è il primo partito. A primeggiare sono invece i non votanti, i disincantati dalla politica, i disillusi dalla destra come dalla sinistra. La Germania unita e realizzata da Kohl è un paese in cui governa una CDU da eterno secondo partito rispetto alla crescita sempre maggiore della fuga dalla partecipazione alla vita pubblica. Circa il 40% dei tedeschi, infatti, non si reca più alle urne, rappresentando un potenziale bacino elettorale enorme. E’ a queste persone a cui si rivolgono le opposizioni al monopolio governativo atlantista. Sono soprattutto gli ex votanti conservatori che oggi non si riconoscono più in nessuna sigla partitica l’obbiettivo di alcuni neonati partiti. Tra questi, quello che ha saputo capitalizzare meglio questa caccia al disilluso, fino ad oggi è Alternative für Deutschland (AfD).  

 L’ AfD è un partito che alle ultime elezioni europee ha ottenuto il 7% dei consensi. Fondato nel 2013 da Bernd Lucke, economista ed ex membro della CDU, a differenza del partito della Merkel, critica fortemente l’Unione Europea e propone l’uscita dall’eurozona e il ritorno alla sovranità nazionale come punto di partenza per coinvolgere nuovamente i tedeschi a prendersi cura del proprio paese. Sorprendentemente rispetto ai sondaggi che la davano per spacciata, la AfD è in un solo anno di esistenza riuscita a diventare un soggetto politico di primo piano in Germania, mostrando coi propri voti che, nonostante la Germania venga indicata come l’esempio del successo dell’Unione Europea, molti tedeschi non siano affatto contenti di regalare la propria sovranità. Il risultato elettorale mostra dunque l’esistenza di un forte sentimento anti UE anche in Germania. Ciò che sorprende maggiormente, però, è come i voti degli euroscettici non siano finiti tutti a sostegno della squadra di Lucke, ma siano stati suddivisi tra AfD e altri partiti e movimenti più radicali. In molti ritengono infatti che non basti criticare il sintomo ma non la causa, la pianta ma non il seme.

L’AfD se la prende infatti con l’Unione Europea, ma non arriva ad attaccare chi pose le basi per la costituzione di ciò che critica. L’Afd critica l’eurozona, ma non l’ombrello politico in cui l’Euro è stato introdotto. Per diventare punto di riferimento di tutti gli euroscettici tedeschi, alcuni dicono che Lucke dovrebbe prendersela prima di tutto con quei tedeschi che hanno reso tale questo status quo. Forse un giorno, quando Lucke inizierà a mettere in dubbio i disegni politici di Kohl, potrà porsi come leader di un’intera area politica persa e disinvantata, ma alla ricerca di un’identità.