Tra le varie conseguenze della crisi economica scoppiata nel 2008 si può registrare anche un drastico calo delle nascite, in Europa e soprattutto in Italia. Ma dire che il fattore che ha scatenato questo fenomeno sia stata la crisi economica globale sarebbe inesatto. La crisi ha certamente accelerato un processo che ha in realtà diversa origine. Il calo della nascite ed il conseguente invecchiamento della popolazione possono essere ricondotte non tanto ad un’ “esigenza” economica, quanto ad una crisi culturale che ha portato ad un rovesciamento del concetto di uomo e del ruolo che esso svolge all’interno di tutte le società.

Secondo i sondaggi dell’Istat, in Italia la media di figli per donna è di 1,3 mentre il tasso di natalità medio all’interno dell’Unione europea è di 1,5 figli per donna, che non basta per garantire il ricambio generazionale. La popolazione invecchia e le risorse degli Stati vengono impiegate per il mantenimento delle pensioni mentre non vengono utilizzate per incentivare le famiglie ed inserire i giovani nel mondo del lavoro. La logica del consumismo e dell’individualismo, il mito della carriera e della realizzazione personale, hanno generato la tendenza a pianificare ogni sfumatura dell’esistenza umana compresa quella che riguarda la famiglia. La pianificazione delle nascite, la logica del “se”, del “quando” e del “casomai” è una caratteristica ormai propria di una visione utilitaristica della vita, propria della modernità.

Un figlio se ho tempo. Un figlio se ho voglia. Un figlio se ci sono i soldi. Un figlio dopo il televisore nuovo. A prendere la palla al balzo, ci hanno poi pensato le grandi lobby, i gruppi di potere, e le associazioni culturali: quella che il sociologo e politologo Herbert Marcuse chiamava “l’industria culturale”. Il Club di Roma, un’associazione non governativa no profit composta da scienziati, economisti e uomini d’affari, è un esempio di come questa mentalità sia stata subdolamente imposta attraverso canali non ufficiali all’interno delle società occidentali prima, delle coscienze dei singoli poi. Non è un caso che l’associazione sia nata proprio nel 1968. Ma al di là di questa simpatica coincidenza, il Club di Roma ha sempre fatto del controllo delle nascite una delle sue battaglie principali.

Da sempre convinti della finitezza delle risorse e delle materie prime del nostro pianeta, gli illustri rappresentanti dell’associazione hanno individuato nello scientifico e razionale controllo dello sviluppo della popolazione la chiave per usufruire delle poche risorse che possediamo per un periodo più lungo possibile. Un controllo del mercato delle vite a livello globale. Una chiusura alla vita e al vero progresso, contrapposta alla mentalità “aperta” che affermano di voler diffondere. Più risorse, meno vite. Più mercato, meno acquirenti. L’Italia sembra essere la vittima più vulnerabile di questo schema di pensiero e di questa tendenza. Registra infatti la media di figli per donna più bassa d’Europa. I flussi migratori verso il nostro Paese hanno mostrato un altro interessante fenomeno: le famiglie degli immigrati hanno il grande merito di fare più figli delle famiglie italiane. Questo dato, sommato a quello di una popolazione che va invecchiandosi progressivamente, suggerisce che potrebbero non esserci ancora molte generazioni di italiani.