Nel 1724, il filosofo olandese Bernard de Mandeville pubblicò un’opera che compendiava nell’arco di un’intera teorizzazione la sostanza pragmatica dell’agire in un contesto politico e governativo moderno: ne “La favole delle api: ovvero vizi privati, pubbliche virtù”, il medico fiammingo dissertò che nell’ecosistema della sfera pubblica e della mobilitazione istituzionale la promiscuità e la prosperità del Paese fossero direttamente proporzionali alla propensione menzognera, inetta e fraudolenta della classe dirigente. Qualsiasi apporto d’onestà e competenza si fosse voluto sostituire alle defezioni strutturali e morali dell’impianto, avrebbe corroso e progressivamente frantumato la produttività e l’efficacia rispettivamente del ciclo economico e sociopolitico della comunità territoriale.

Da qui, potremmo facilmente catapultarci alle circostanze odierne, in cui l’esecutivo della svolta, quotato dal Quinto Potere mass mediale e da addetti ai lavori, attualmente trasuda fiacchezza e poca incisività da ogni singola poltrona di dicastero e dalla scrivania presidenziale di Palazzo Chigi e dà sfoggio all’esilarante inutilità di certe manovre, fungenti da specchietto per le allodole – o meglio per la belante massa plaudente composta da portaborse e stipendiati dalla partitocrazia: è di qualche giorno fa l’ultima trovata della compagine capitanata dallo scaltro e sempre più “affidabile” Matteo Renzi, il quale, coadiuvato da un pool di comprovati (?) professionisti del settore della comunicazione, decreta l’urgenza di una riprogettazione all’apparato del nostrano assetto radiotelevisivo collettivo, ossia la RAI, e di un reintegro delle aspettative commerciali e finanziarie dello stesso.

Intavolandole con chiarezza, le proposte non sembrano nemmeno così malvagie: un risanamento dell’elusione al pagamento del canone che pare ammonti alla percentuale emblematica (tenete a mente l’aggettivo: vi occorrerà per comprendere i passaggi delle successive righe) del 26%; almeno una delle tre reti dell’emittente totalmente priva di interruzioni pubblicitarie; un referendum per consultare e selezionare le preferenze del popolo. Peccato però che per ognuno di questi propositi ci sia un contraltare che sgomina il contesto: in primis, un’evasione così iperbolica, che gravita attorno ad un minimo di 500 ed un massimo di 600 milioni di euro, è probabilmente dovuta ad una mancanza di competitività del palinsesto, in virtù della mediocre offerta e della scarsa qualità dei format, che disgustano e allontanano la platea telematica italiana per mezzo di un dilagante buonismo e di un’iperuranica visione della società, trapelanti dai salotti di “Mamma RAI”, piuttosto che incrementare share e apprezzamenti. In secondo luogo, ingenti introiti sono garantiti per le casse dell’azienda, deperite di 150 milioni frutto dei tagli, indipendentemente dagli sponsor: stante la vendita di Rai Way, quale società per azioni del gruppo, con la collocazione in borsa dell’un terzo delle proprietà, stimata intorno al miliardo di euro, gli uffici di viale Mazzini incasserebbero la consistente somma di 300 milioni. Infine, sembra stridente la decisione di chiedere istanza ai cittadini, considerando che una delle ipotesi risolutive per scardinare l’incombenza del non versamento della quota d’abbonamento annuale sia legare il pagamento alla parcella elettrica: eventualità che definire grottesca è una sberla alla comicità.

Forse ci sbagliamo, oppure le disamine oggettive cozzano con la vena dissidente che conduce i nostri pensieri e il nostro attivismo di controinformazione, però è singolare la questione che da anni si discuta di un allontanamento della asfissiante e spasmodica ingerenza della politica e nella fattispecie dei partiti dalla RAI e che nessuno, né talun premier, né tantomeno alcun parlamento, in altrettante governi e/o legislature si sia assunto l’incombenza formale di provvedere ad una globale pianificazione ex novo del fantomatico servizio mediatico comune; allora sarà ancor vero che i “vizi privati” coincidano con le “pubbliche virtù”?”