Un altro Natale è trascorso. Nel Paese delle mille contraddizioni e delle tante incertezze, una certezza c’è: anche durante queste festività natalizie le imprese hanno venduto molto (sebbene il Codacons abbia registrato una lieve diminuzione dei consumi, nell’ordine del 5%). L’effetto Natale non è stato detronizzato dalla crisi economica in atto, e non poteva essere altrimenti. In uno Stato a tradizione cattolica, il Natale è una festa particolarmente sentita. E se pure le chiese (come i cuori) sono vuote, non si rinuncia a seguire il diktat di questa festività: comprare. Che si tratti di parenti o amici, è d’obbligo acquistare un regalo: dal portacandele al maglione dal colore improbabile, all’ennesimo presepe in miniatura, con buona pace delle imprese di ogni comparto manufatturiero. Se qualcosa il Natale festeggia, quello è il consumo. E’ il Natale delle imprese.

Nei giorni che precedono il Santo Natale, il consumatore è assalito da una frenesia più forte del solito. Il suo spirito- saranno le luci colorate, saranno le vetrine illuminate, saranno forse le canzoncine natalizie e i film sdolcinati che trasmettono alla televisione- è più propenso all’acquisto, mentre il senso di responsabilità che normalmente vigila è assopito. Così acquistiamo, a Natale, sempre di più. Il superfluo, di cui potremmo fare a meno, e l’inutile, di cui non abbiamo bisogno. Entrambi, a causa della mancanza di spazio delle abitazioni sempre più piccole delle case metropolitane, e vista la necessità di fare posto all’altro, al “nuovo”, finiranno ben presto nella spazzatura. In questo modo il Natale, a sua insaputa, alimenta l’altro grande problema della società dell’iperconsumo: le discariche. Ogni anno la società consumistica si priva di una parte di umanità ed ogni anno il territorio si trasforma per mano dell’uomo. Terreni incolti vengono destinati all’accoglienza delle cose che non servono più o che non hanno mai trovato un vero posto nella vita di nessuno. Negli spazi urbani, sono le periferie a dover far posto agli scarti degli abitanti delle città. E così, quando i mediaci rammentano a quale grado di evoluzione tecnologica siamo arrivati, nessuno fa un accenno alla spazzatura che invade sempre di più gli spazi che tentiamo di celare alla vista. E’ il problema dei rifiuti di cui ci parla Bauman in “Consumo dunque sono”. “Una società dei consumatori non può che essere una società dell’eccesso e delle sperpero – del superfluo e dello scarto abbondante.” Bauman sembra attribuire la responsabilità di questo alla comunicazione pubblicitaria ( delle grandi imprese ) che impone la necessità di seguire la massa, di tenersi al passo con i tempi, attaverso la ricerca tanto esasperata quanto sterile del “sempre nuovo”. Non c’è nulla oggi, neppure un banalissimo coltello, che non possa essere prodotto domani nella sua versione più evoluta.

Ma il grande pensatore non sembra tener conto di un fatto. La vita così breve degli oggetti non è dovuta semplicemente al comportamento irresponsabile degli utilizzatori. Volenti o nolenti,i consumatori si trovano di fronte ad un fatto noto: qualsiasi oggetto o bene acquistato paleserà in breve tempo un difetto che lo renderà inutilizzabile e che richiederà la sostituzione con un nuovo oggetto. Qualsiasi bene nasce programmato per durare da Natale a Santo Stefano, perchè tutti possano osannare lo spreco. Perchè lo spreco non sia solo frivolezza di pochi, ma necessità di tutti. Laa società dei consumi, che ci vorrebbe tutti pecore idiote pronte a belare all’unisono in risposta alla pubblicità, però, deve fare i conti con il buonsenso. C’è chi il computer vorrebbe tenerlo fintanto funziona, e chi il vestito indossarlo tutto l’inverno anziché solo un paio di settimane. E invece….pure con tutte le precauzioni che comportano l’acquisto di beni accessori (detergenti appositi per la lana, software a pagamento per proteggere il pc da malware, pellicole potrettive per lo schermo,…) il computer dura appena un anno, l’arriciacapelli ancora meno, e anche gli oggetti apparentemente più solidi fanno la stessa fine.

La società consumistica, che postula la crescita infinita, ha trovato nell’obsolescenza programmata la risposta alla necessità di vendere sempre di più, accorciando volutamente la vita dei prodotti. E forse per questo motivo negli ultimi tempi è tornata in voga la passione per l’abbigliamento vintage e per l’antiquariato. Con le nuove frontiere della qualità, che si risolvono in lusinghe estetiche che non apportano nessuna utilità e in una ricerca senza fine del design più accattivante, i prodotti da noi acquistati sono destinati fin dall’inizio a finire nel sacchetto nell’immondizia. L’esigenza di libertà e di fluidità delle relazioni sociali, fondamento della società post-moderna, si rispecchia anche nei comportamenti di acquisto e di consumo, in un gioco continuo di rimandi. Le persone come prodotti, i prodotti come persone. Gli uni e le altre segnate, fin dalla nascita, con il timbro della deperibilità, della fluidità, dell’instabilità, della sostituibilità facile e senza sforzi. E’ la società dell’usa e getta. “La società della crescita- scrive Latouche in “Usa e getta”- può essere definita come una società dominata da un’economia della crescita e che tende a essere assorbita. La crescita per la crescita diventa così l’obiettivo primordiale, unico, dell’economia e della vita. Non si tratta di crescere per soddisfare bisogni reali, il che sarebbe una buona cosa, ma di crescere per crescere. Far crescere infinitamente la produzione , e dunque il consumo, e per questo suscitare nuovi bisogni all’infinito, ma anche, come conseguenza, far crescere l’inquinamento.” Tutto questo con conseguenze devastanti dal punto di vista ambientale. Con la sola differenza che le risorse naturali, l’ambiente in cui viviamo, l’acqua e l’aria non potranno essere prodotti in serie, in fabbrica, una volta esauriti.